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Questa storia è già stata raccontata. Se conoscete un po’ l’inglese, potete ritrovarla narrata più e più volte in giro per la rete. Eppure, raccontarla di nuovo può aiutarvi a riscoprire le origini di qualche bands oggi famosa e celebrata o ancora meglio, qualche nome andato dimenticato. Parlare di Metal Massacre  oggi significa offrire uno spaccato di un periodo fondamentale per l’heavy metal come oggi lo conosciamo.

Nota: i video aggiunti a volte presentano la song (nel caso delle chicche vere e proprie), a volte semplicemente presentano la band con qualche “classico” o qualche pezzo rappresentativo. Così, a fine divulgativo.

Ben prima dell’avvento di internet, di myspace, delle chiavette usb e della tecnologia musicale “facile”, uno dei modi per poter ascoltare molte bands underground erano le compilation. In numero enorme nella scena punk/hardcore, le compilation hanno trovato il loro spazio anche presso la scena metal:  una veramente nota è ‘Metal For Muthas’,  dove comparvero gli Iron Maiden. Personalmente, se dovessi pensare ad un altro nome di compilation consegnata poi alla storia, direi senza dubbio ‘Metal Massacre’, assemblata da Brian Slagel e dalla sua neonata Metal Blade; a dirla tutta se dovessimo guardare il numero di future stars presenti in entrambi i primi volumi, la creatura di Brian Slagel, seppur di poco, la spunterebbe. Il tutto ovviamente nacque come un gioco e a rileggere le dichiarazioni dello stesso Slagel tipo “al metalmassacretempo non c’erano etichette statunitensi che investivano sul metal e perciò era molto facile ottenere le canzoni dalle bands” vien da sorridere. Los Angeles in quel periodo stava formando una propria scena hard e metal con nomi caldi come Ratt, Motley Crue o Bitch. Brian Slagel, il futuro proprietario della Metal Blade, al tempo era un die-hard fan e addetto ai lavori (commesso in un negozio di musica, fanzinaro, dj radiofonico e collaboratore con riviste inglesi come Kerrang! O Sounds) attivo nell’area di Los Angeles che raccolse per la sua compilation una decina di nomi allora underground, quasi tutti senza contratto, al fine di celebrare il nascente movimento metallico statunitense proprio sul modello di ‘Metal For Muthas’. La compilation, con la sua celebre copertina nera con i teschi, uscì nel 1982 in una prima stampa che andò esaurita quasi subito (le cifre indicano una cifra vicina alle cinquemila unità). Di fronte alle richieste per una nuova stampa, Slagel all’epoca non disponeva di un grosso budget da investire (parte dei soldi iniziali gli vennero prestati da una zia!) e perciò affidò una seconda tiratura alla label Metalworks che ristampò ma poi non gli pagò mai nulla. Slagel stesso ricorda come al tempo non ci fossero stati contratti, royalties o altro ancora, ma che egli stesso avesse avvicinato le bands a vari shows. La ristampa della Metalworks a quanto riportato risultò un prodotto di qualità migliore anche se con una copertina differente (nera con la sola scritta ‘Metal Massacre’) e soprattutto tracklisting differenti: nella prima, l’opening track è affidata agli Steeler di Ron Keel, sostituiti nella seconda stampa dai Black N’Blue; inoltre, nella prima versione compaiono i Ratt, esclusi invece dalla seconda. Infine, la song più celebre nell’intervallo di tempo fra le due stampe venne ri-registrata, ma a questo ci arriveremo dopo. Se vi state chiedendo il perché di questi “cambi”, non sono riuscito a trovare una risposta documentata e confermata ma è facile immaginarla: al tempo la scena stava letteralmente esplodendo e molti gruppi  in poche settimane mutavano il loro status da underground a possibili star future. Per esempio, i Motley Crue tra il 1980 e il 1981 erano  stati una delle band di punta a Los Angeles e, a sentire Slagel stesso, avrebbero dovuto essere parte del progetto Metal Massacre:  non comparvero semplicemente perché nel frattempo erano riusciti a pubblicare il loro primo disco. Perciò la sostituzione degli Steeler e la scomparsa dei Ratt potrebbero essere legate a dinamiche di questo genere, legate a management, pubblicazioni imminenti o situazioni affini.

1. Steeler – ‘Cold Day In Hell’

Gli Steeler furono la prima band di un certo successo di Ron Keel, cantante dal grande talento e dal grandissimo ego, Clipboard01originario di Nashville, Tennessee, e trasferitosi ad inizio 80 in quel della California. Poco tempo dopo la partecipazione alla compilation, Keel rivoluzionò completamente la line-up degli Steeler, assumendo un giovane chitarrista di nome Yngwie J. Malmsteen (dice niente?). Il debutto discografico arriverà nel 1983 per Shrapnel Records, LA label per i virtuosi della sei corde durante gli anni ’80.  La versione incisa per Slagel è stata per lungo tempo una sorta di rarità, perché compariva solamente in questa sede e nel primissimo singolo degli Steeler dello stesso anno. ‘Cold Day In Hell’ è un buon esempio della musica tipicamente alla Ron Keel: hard rock/heavy metal melodico molto anthemico, condito da grandi solos e melodie immediate, su cui troneggia la voce urlatissima del macho Ron. Gli Steeler non raggiunsero vette altissime, comunque, visti i numerosissimi cambi di line-up ed infatti Ron dovrà attendere ancora qualche anno un certo successo grazie ai suoi Keel e a dischi come ‘The Final Frontier’ e ‘Keel’; nel frattempo sarà quasi diventato cantante dei Black Sabbath,  avrà conosciuto il suo protettore/pappa Gene Simmons e si sarà scopato mezzo Sunset Boulevard. Ma come dico sempre, questa è un’altra storia, e anche parecchio lunga, visto che i Keel esistono ancora. Se ve lo state chiedendo, la risposta è affermativa. Malmsteen riusciva a rompere le palle anche negli Steeler con i suoi soli neoclassici. Vedete un po’ voi.

Gli Steeler del debutto: Franco Califano, Ron Keel, Yngwie Malmsteen e il cugino cotonato di Dani Filth

Gli Steeler del debutto: Franco Califano, Ron Keel, Yngwie Malmsteen e il cugino furbo di Dani Filth

Ron Keel Myspace

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2. Black N’ Blue – ‘Chains Around Heaven’

Nella seconda tiratura invece l’apertura è affidata ai Black N’ Blue, con la classica ‘Chains Around Heaven’. Originari di Clipboard03Portland, Oregon, dove vivono solo tori e checche (e ai Black N’Blue io non ho mai visto corna, quindi fate voi), si erano trasferiti in quel della California da poco e ‘Chains Around Heaven’ fu la loro primissima incisione. A parte una solida buona base di fans per i loro concerti, i Black N’ Blue dovranno attendere il 1984 per registrare il loro debutto, che includerà ovviamente una nuova versione di ‘Chains’. Da lì tutto doveva sembrare in discesa, ma i Black N’ Blue non ce la fecero mai in termini di vendite e rimangono un nome “cult”. Non servì l’apertura per i Kiss, il contratto Geffen, il patrocinio der Monnezza Gene Simmons ed eterni ritorni fino a fine decade. Ed oggi, i vinili dei Black N’ Blue costano come i sottobicchieri, il singer Jaime St. James è l’attuale sostituto di Jani Lane nei Warrant (e se vi fate due conti, i Warrant adesso come adesso nell’industria discografica contano come il Pergocrema nel calcio italiano) mentre il chitarrista Tommy Thayer si guadagna pane e anonimato come il sostituto di Ace Spaceman nelle ultime incarnazioni dei Kiss. In ogni caso, i Black N’ Blue che potrete sentire su ‘Metal Massacre’ sono molto più energici ed heavy della versione sotto contratto. I nostri sembra siano ancora attivi, probabilmente indecisi se prendere o meno altre due sberle dal mondo musicale con un comeback, e un disco, ‘Hell Yeah’, che attende distribuzione seria. Che dire, io la mia sporca copia la prendo, se capita.

"Facciamo finta che siete già famosi. Dite Boulevaaaaardddd!"

"Facciamo finta che siete già famosi. Dite Boulevaaaaardddd!"

Myspace Black N’ Blue

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3. Bitch – ‘Live For The Whip’

E qui scatta il vietato ai minori. A Steeler o Black N Blue (a seconda della versione), segue ‘Live For The Whip’ dei Bitch, Clipboard05metal sensation guidata dalla allupante Betsy Bitch, che si esibiva on stage con tanto di armamentario bdsm. Non siamo certo a livello estremo tipo Gen e i Genitorturers (i tutto era anche molto ironico) e anche musicalmente i nostri erano una sorta di NWOBHM misto ad influenze tipicamente losangeline, proprio il suono in via di definizione in questi fruttiferi anni. ‘Live For The Whip’ appare nel demo dei nostri, che dopo essere comparsi sulla compilation sono una delle prime bands a firmare per Metal Blade e ad esordire con l’ep ‘Damnation Alley’ nello stesso anno, seguito dal full ‘Be My Slave’ nel 1983. La versione dell’ep, per i più segaioli, è ri-registrata e contiene più ansimi e colpi di frusta. Comunque sia, nonostante discreti risultati musicali e la “controversa” immagine più volte messa all’indice dal PRMC , i Bitch resteranno un nome di culto e poco più e metteranno in discografia solamente un altro paio di titoli, tra cui uno più hard-rock a nome ‘Betsy’ con un’immagine ripulita (che fu un fiasco). Con i 90 la band si eclissa, ma neppure la vecchia Betsy vuole restarsene a casa a fare la calzetta e i Bitch sembrano ancora attivi e pronti al ritorno in grande stile, anche se finora a parte qualche comunicato su myspace e qualche concerto locale null’altro si è visto. Di recente Betsy e le sue tette rifatte si sono visti invece con un altro gruppo di relitti, i riformati Witch, su cui ci sarebbero da scrivere pagine intere, ma li riassumiamo come “il gruppo del tizio che si era sposato con la sorella di Tommy Lee e che poi è finito in galera e che poi si è ripassato Lita Ford e adesso lavora in pizzeria”. Ah già, i Witch. Vabbè, capita.

Clipboard05

Quello che si tocca il pacco NON è Betsy Bitch.

My Space Bitch

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4. Malice – ‘Captive Of Light’ e ‘Kick You Down’

La posizione numero tre è per i Malice, altra band che riscosse tantissimo successo nella Los Angeles del periodo ma Clipboard01che impiegò molto di più per assicurarsi un contratto decente (Atlantic). Sono presenti in questa compilation con ben due pezzi, ‘Captive Of Light’ e ‘Kick You Down’, entrambe heavy-metal songs di stile europeo, non direttamente riconducibili ai Judas Priest, come invece sarà molto spesso nei seguenti platter di maggiore diffusione. I Malice sono apparsi, scomparsi e riapparsi più volte da allora, andando anche in tour con nomi del calibro degli Slayer e vedendo passare in line-up personaggi come il singer James Neal, cacciato perché talvolta non si presentava nemmeno ai concerti (!). Il chitarrista fondatore Jay Reinoldz è stato poi anche Megadeth per circa un quarto d’ora. Dopo questa prima esperienza, la Metal Blade pubblicherà l’ep ‘Crazy In The Night’ dell’89, in pieno periodo scioglimento. Di questi ultimi anni è l’apparizione nel film “Vice Versa”, una delle tante pellicole giocate sullo scambio di personalità padre-figlio.  I Malice si sono riformati nel 2006, ma tutte le esibizioni previste in Europa sono state poi cancellate. Ah, le due songs qui presenti sono mezze rarità: ‘Captive Of Light’ è in seguito apparsa solamente in una collection di b-sides di un paio di anni fa, mentre ‘Kick You Down’ resta inedita dovunque se non qui.

Se li fissate bene sono i Black N' Blue vestiti di scuro. Stavo per dire meglio.

Trova dieci differenze con la foto sotto dei Ratt. O unisci i puntini sulla stempiatura di quello al centro.

Myspace Malice

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5. Ratt – ‘Tell The World’

A questo punto, solamente nella primissima tiratura, emergono i Ratt con ‘Tell The World’, pezzo poi ripresentato RATT_logonell’ep di debutto del 1983, in versione anche in questo caso ri-registrata (che, volendo, esisterebbe in una terza versione, quando questo ep venne ridistribuito remixato e alleggerito dalla Atlantic nel 1985). Come per i Black N’Blue, i Ratt degli esordi erano a detta dello stesso Slagel “vestiti in pelle nera e con una immagine decisamente priestiana” e tutto sommato i Ratt dei primi anni sono decisamente heavy, una sorta di glam/hard fuso con suggestioni metalliche. Il boulevard non è ancora esploso e la band, se ripensiamo a quanto sentito finora, si adegua più che bene allo stile metallico della compilation. Comunque sia, i Ratt nel 1982 esistono già da diversi anni, originari dell’area di San Diego, ma la line-up classica con Pearcy, De Martini, Croucier, Crosby e Blotzer si è appena formata. Il primo EP auto intitolato sarà praticamente autoprodotto (sotto il nome Time Coast Records) e sarà la band stessa a raggiungere un accordo con i distributori locali. La ricezione è molto buona e sarà l’Atlantic ad assicurarsi i servigi del combo che arriverà, attraverso tutti gli ’80, a vendere svariati milioni di copie ed incidere molti singoli di successo. Ci penserà il grunge a cambiare le carte in tavola, anche se come era lecito aspettarsi, i nostri sono ancora in giro in formazione quasi originale (ora come ora tre su cinque), dopo almeno due reunion andate male, litigi, torte in faccia, dischi tutti sballati, John Corabi nuovo membro ma-anche-no (poraccio! n’altra volta) e la morte per overdose di Crosby. A quanto pare ora i Ratt si sono assicurati il supporto della Roadrunner (eh?) e un nuovo album è atteso. Chissà.

I Ratt: Topolino, Topo Gigio, Geronimo Stilton, Stuart Little, Basil l'investigatopo

I Ratt: (da sin) Topolino, Topo Gigio, Geronimo Stilton, Stuart Little, Basil l'investigatopo

Myspace

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6. Avatar – ‘Octave’

Scendiamo un bel po’ più in basso, negli Inferi dei mai sentiti, con gli Avatar, che non sono quelli che pensate voi, ovvero coloro che si tramutarono poi nei Savatage dei fratelli Oliva. Gli Avatar in questione sono una invece band presente nei dintorni di L.A. in questo periodo, che pubblicò esclusivamente questa ‘Octave’, peraltro interamente strumentale. Nonostante diverse ricerche da parte mia, non ci è dato sapere altro.  Non esiste un logo, una foto, uno scontrino dell’autolavaggio. Il pezzo, per quanto atipico (ce la vedete una band che vuole in qualche modo “presentarsi” a mettere uno strumentale? E’ un po’ da genialoidi incompresi) è una bella esibizione di NWOBHM mista ad hard-rock ruvido tipicamente a stelle e strisce. La band esistette davvero per qualche tempo, visto che Slagel a riguardo la cita come “un gruppo della zona che conoscevo”. Che culo, oh.

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7. Cirith Ungol – ‘Death Of The Sun

I Cirith Ungol nel 1982 erano la band più “famosa” di tutte. Non erano nemmeno senza contratto ma anzi, avevano giù Clipboard03pubblicato un full-lenght semi-autoprotto, ‘Frost And Fire’ nel 1980, distribuito da quello che diventerà di lì a poco il distributore della neonata Metal Blade, la Enigma. Formatisi addirittura nel 1972 dalle ceneri di una folk band (!) si orientarono ben presto verso il suono hard-rock per poi indurirsi sempre di più e incorporare elementi epici e ossianici, sulla falsariga di quanto faranno Manowar, Virgin Steele e al di là dell’oceano, gli Heavy Load, anche se i Cirith Ungol si distinsero sempre per la voce gracchiante del singer Tim Baker. Il proto-epic metal dei Cirith Ungol finì sulla compilation di Slagel con l’inedita ‘Death Of The Sun’, finita poi su ‘King Of The Dead’ del 1984; anche in questo caso parliamo di una versione primordiale registrata al limite della soglia della povertà. Grandi fan della letteratura fantasy e del mondo ‘sword and sorcery’ si incaponirono a proporre un concept di questo genere senza mai cedere a modernizzazioni di suono o ad un look meno” true”. Suonare epic metal (o giù di lì) in California negli anni 80 è come andare a messa con una maglietta dei Bad Religion e non è un caso che gli stessi Cirith Ungol sprechino buona parte della bio a descrivere i contrasti con le bands street e glam come Ratt o Lita Ford, i trucchi e le esagerazioni tipiche del momento. Nerdissimi e attaccatissimi ad un suono retrogrado e metallico, non riuscirono mai a firmare per grosse label ma riuscirono a pubblicare altri tre platter fino ad inizio Novanta (di cui uno proprio per Metal Blade), raccogliendo un discreto successo in Europa, trasformatosi oggi in un’aura da band culto. Non più attivi a causa dei dissidi interni dopo ‘Paradise Lost’, parte della loro eredità è portata avanti dai Falcon del chitarrista Greg Lindstrom (che comunque abbandonò dopo il primo ‘Frost And Fire’).

Vieni da Arfonso Bellicapelli, che te famo un taglio ... EPICO!

Vieni da Arfonso Bellicapelli, che te famo un taglio ... EPICO!

Myspace

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8. Pandemonium – Fighting Backwards

I Pandemonium. No, non quelli italiani pauermedal. Quelli dall’Alaska. Già. Quelli coi tre fratelli Resch, che partirono Clipboard01pieni di sogni rochenroll da un piccolo paesino in mezzo alla neve e verso la fine del Primo Tempo trovarono fortuna in quel di L.A., o almeno una specie. Nel Secondo Tempo però i Pandemonium non arrivarono mai al grande successo, ma furono presenti durante tutti gli anni 80, stabilmente ivi insediatisi; ebbero la possibilità di suonare insieme a tutti i grandi nomi ma non sfondarono mai del tutto, probabilmente perché non andarono mai a letto con Lita Ford o forse per la non eccelsa qualità degli album, datati 1983 (‘Heavy Metal Soldiers’), 1985 (‘Hole In The Sky’) e 1988 (‘To Kill’), tre prodotti di heavy metal piuttosto melodico che agli inizi era più influenzato dai Settanta più quadrati (Black Sabbath, Thin Lizzy) ed in seguito da un suono un po’ patinato (Scorpions, Ratt). La band non esiste più e uno dei fratelli Resch è deceduto qualche tempo fa, ma esiste una pagina myspace della band con una bio molto dettagliata di quel periodo (che commenta con una certa realtà l’eterna situazione da minor-heroes). Il pezzo presente su Metal Massacre è l’inedita e discreta ‘Fighting Backwards’, pesantemente influenzata dal suono NWOBHM. I tre dischi dei Pandemonium stanno per essere ristampati dalla Retrospect Records, a quanto sembra.

Quello triste non è imparentato con gli altri

Quello triste è quello non è imparentato con gli altri

Myspace

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9. Demon Flight – ‘Dead Of The Night’

Ritorniamo nei bassifondi con i Demon Flight, oscurissimo terzetto che ha lasciato pochissimo dietro di sé: nessuna Clipboard01foto ritracciabile, nessuna apparizione notevole, un solo ep di tre pezzi in vinile uscito proprio per Metal Blade, nessun seguito. ‘Dead Of The Night’ non colpisce per essere la miglior song, ma rimane innegabilmente impressa per qualche strano motivo. La struttura è tipicamente NWOBHM, un po’ simile a quanto sarà fatto da Diamond Head o Satan, ma colpisce la voce completamente in falsetto del singer Rick Gerard.  Gli altri due pezzi presenti nell’ep altro non sono che uno strumentale di quasi dieci minuti e una song in cui la voce di Gerard non è particolarmente irritante, anzi. A quanto ci è dato sapere, il progetto Demon Flight fu realizzato completamente in studio e dopo l’ep la band scomparve senza lasciare traccia. ‘Flight Of The Demon’, realizzato solo in vinile, fu la terza uscita ufficiale della Metal Blade, subito dopo l’ep ‘Damnation Alley’ dei Bitch. Stranamente, il disco non è mai diventato un cult-item e lo si trova ancora comodamente in giro a prezzi piuttosto bassi. Per l’angolo ‘Carramba che sorpresa!’, dalle mie ricerche in rete, tramite un giro strano che non sto qua a spiegarvi, è saltato fuori un blog di un tizio, qui, che lavora in uno studio di registrazione di Santa Monica, che racconta brevemente la storia dell’ep e dei Demon Flight, aggiungendo come fu la sua prima band e la sua prima registrazione in assoluto presso uno studio in cui lavorava. Ah, secondo l’autore (che si capisce abbastanza chiaramente essere impiegato nel giro degli studi musicali e delle registrazioni), i Demon Flight effettuarono pure qualche gig saltuario, ma non vengono forniti dettagli ulteriori. Chissà, ma credo che sia difficile fare il mitomane con i Demon Flight.

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10. Metallica – Hit The Lights

E chiudiamo la nostra carrellata con il pezzo che ha forse la storia più bella di tutte, bisogna ammetterlo. E’ anche Clipboard01divenuto poi la canzone più celebre, ma per una volta non servono biografi leccaculo a confermare una storia di stampo quasi cinematografico. Alla Kevin Smith. Narra la leggenda che in quel di Los Angeles i fan della neonata NWOBHM erano pochi e si conoscevano quasi tutti. Tre erano amici e andavano “a dischi insieme”. Uno era il nostro Brian Slagel, un altro un ragazzo di nome John Kornarens e il terzo un danese trasferitosi in loco dall’Europa con la famiglia di nome Lars. Lo so, sembra l’inizio di una barzelletta col francese, il tedesco e l’italiano sull’aereo che precipita: eppure, sono diversi i resoconti che lo confermano. Il tizio di nome Lars, che di cognome faceva Ulrich, era considerato una specie di macchietta: logorroico, iperattivo, completamente flippato per questa nuova musica “dura” europea. Possedeva pure un drumkit ma non sembrava essere molto bravo. Diceva a tutti che voleva formare una band, ma le jam fatte finora non avevano dato esito. Si era trovato a jammare con un tizio piuttosto taciturno di nome James Hetfield, una volta, ma le cose non erano andate per il verso giusto. Un giorno, in un negozio di dischi, Slagel dice che sta assemblando una compilation e Ulrich allora urla: “Se registro un pezzo con la mia band, mi ci metti?”. Slagel (parole sue) gli rispose “Sì, certo” come erano soliti fare lui e John ad ogni frociata che Ulrich tirava fuori del tipo “Metterò su un gruppo, diventerò famoso”. Il problema è che Ulrich mise  davvero in piedi una band. Telefonò a quel tizio di nome Hetfield e gli disse: “Registriamo un pezzo che ho il gancio per andare su una compilation”. La scelta cadde su ‘Hit The Lights’, pezzo scritto per la band di James, gli Snake Charm. In quel momento i Metallica non esistevano nemmeno, visto che la prima versione di ‘Hit The Lights’ fu registrata dai soli Hetfield (chitarra, basso, voce) e Ulrich (batteria). Venne aggiunto poco dopo un assolo del chitarrista Loyd Grant. La leggenda vuole che ‘Hit The Lights’ fu consegnata all’ultimo minuto da Ulrich a Slagel, quando ormai era tutto pronto, su una normalissima cassetta, quando sarebbe servita almeno una versione a sedici tracce. Ulrich tra l’altro non aveva nemmeno i soldi per il trasferimento su vinile e si fece prestare i 50 dollari necessari da John Kornarens, il “terzo” amico. Da allora John è ringraziato in tutti i cd dei Metallica come John ’50 Bucks’. Altro buffo aneddoto, per la seconda tiratura di ‘Metal Massacre’, il pezzo fu ri-registrato stavolta con l’apporto di Dave Mustaine e Ron McGovney. La versione originale di ‘Hit The Lights’ finì invece sul primissimo demo dei Metallica, insieme a due cover, suonate già dalla formazione con Mustaine. ‘Hit The Lights’ in tutto alla fine fu registrata tre volte, le due per i demos e per il debutto ‘Kill’em All’ del 1983. Nella primissima versione di Metal Massacre infine, abbondano gli errori nei credits: i Metallica sono citati come Mettallica, il nome di McGovney è scritto sbagliato e come formazione vengono citati tutti e cinque i musicisti coinvolti nell’anno 1982 (Hetfield solo alla voce, Ulrich batteria, Grant e Mustaine alle chitarre e McGovney al basso) quando invece la casalinga registrazione venne fatta dai soli Hetfield, Ulrich più il solo di Grant aggiunto in seguito. Una delle band che ha ridefinito il metal iniziò così. Siccome conosco già il finale, non saprei se ridere o piangere perché, come tutti sapete, i Metallica sono morti in un incidente aereo diversi anni fa, dopo aver registrato quello che noi tutti conosciamo come ‘Black Album’, uscito poi postumo.

James Hetfield, uno che passava di lì per caso, Lard Ulrich, Dave Mustaine

James Hetfield, uno che passava di lì per caso, Lars Ulrich, Dave Mustaine

Certo, come no.

Myspace

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Update 9 Settembre 2009. A fronte di ulteriori ricerche, è saltato fuori che i citati Avatar furono proprio la band del John ‘50 Bucks’ Kornarens citato nella parte di articolo dedicata ai Metallica. Nella band al tempo fu coinvolta anche la sorella, Diane, al basso, che tutti conosceremo meglio come ‘Sentinel’ nei Warlord, che tra l’altro appariranno nei volumi II e III di Metal Massacre.

Update 9 Settembre 2009. Frequentando alcuni forum di nostalgici un’altra piccola notizia è trapelata riguardo agli Steeler di Ron Keel e l’assunzione di Malmsteen. Il giovane Malmsteen, in quel di L.A., fu per un po’ di tempo compagno di stanza del più volte citato John ‘50 Bucks’ Kornarens e fu da lui che ebbe la soffiata sugli Steeler che stavano cercando un nuovo chitarrista…

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Gli At War sono un’altra oscura thrash metal band statunitense, proveniente stavolta dalla Virginia. Nati come terzetto alla ricerca di un singer, decidono di affidare le vocals al bassista Paul Arnold e al suo cantato sporco e ruvido. I nostri pubblicano un solo demo di buon successo (‘Eat Lead’) e firmano per l’allora piccola New 648_photoRenaissance, con cui pubblicano due dischi: ‘Ordered To Kill’ dell ‘86 e ‘Retaliatory Strike’ dell’88, intervallato da un ep. Da segnalare poi, come chicca underground, uno split 7” del 2002 intitolato in maniera geniale ‘Fuckadafi’. Poi l’oblio, facilitato dal cambio di esigenze di mercato, ma non eterno, visto che i tre amiconi, tra una battuta di caccia e l’altra trovano la voglia di riprovarci un paio di stagioni fa. Come avrete potuto notare, l’immagine militarista e pure un po’ destroide è una delle caratteristiche tipiche dei tre, attitudine perpetuata anche nel recentissimo ‘Infidel’ (dalla copertina sobria, peraltro, uscito qualche settimana fa sulla sempre più attiva Heavy Artillery), che contiene pure una reprise della famosa preghiera del Marine tratta da ‘Full Metal Jacket’, tanto per gradire. La musica, rispetto ai primi due album, non è poi cambiata molto, anzi, e l’unico passo in avanti è di sicuro la produzione, ora più al passo coi tempi. Il thrash metal dei nostri è grosso modo rimasto immutato e attinge da Slayer, Possessed, Venom, Kreator e compagnia bella ma possono essere visti come una versione decisamente estrema di Carnivore o Motorhead; perciò, se volete una sorta di fratellini minori dei Sodom, anche in ottica schioppettate, giungla e bombe a mano, gli At War potrebbero fare per voi. Poi sono particolarmente belli, ma si era capito già tanti anni fa.

Discografia:

Eat Lead (Demo, 1985)
Ordered to Kill (Full-length, 1986)
Limited Edition EP (EP, 1988)
Retaliatory Strike (Full-length, 1988)
Burning Soldier / Fuckadafi (Split con i Barbatos, 2002)
Infidel (Full-length, 2009)

My Space

Heavy Artillery

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E’ abbastanza immediato ripensare ad acts come Blacklace, Acid, Bitch, Hellion o i più celebri Warlock.

Sputati fuori da quel movimento tradizionalista trentino che negli ultimi anni ha smosso parecchio le acque su nelle montagne italiche, i Sign Of The Jackal nascono sotto il segno dell’underground ottantiano, sia per musica che per attitudine. In formazione  spiccano due membri dei già noti thrashers National Suicide, mentre alla voce troviamo la giovane Laura che si esibisce in un cantato grintoso e decisamente old-fashioned. E’ abbastanza immediato ripensare l_927e3e1e05974348a68efd425fa26171ad acts come Blacklace, Acid, Bitch, Hellion o i più celebri Warlock, anche se musicalmente i nostri non sembrano rincorrere alcun modello preciso, ma piuttosto riprendere un modo di intendere la musica nel suo complesso: heavy metal intriso di influenze hard. Notevolissime le chitarre, nitide e precise, con dei solos veramente ben fatti; semaforo giallo invece talvolta per la voce della singer Laura a cui di sicuro non manca la grinta ma forse un po’ di mestiere sì. Comunque sia, per la stragrande maggioranza delle metal queens dei tempi d’oro non è mai stata necessaria una grande ugola perciò confidiamo in qualche miglioramento nei prossimi prodotti. Da notare sicuramente la cura del concept creato attorno al gruppo, tutto intriso di horror anni ’80. I nostri hanno pubblicato un solo promozionale di due pezzi più relative intros e quasi tutto è disponibile sul loro space (il promo è stato stampato in 100 copie cdr e 36 in cassetta ed è sold-out, alla faccia dell’attitudine underground). A quanto mi pare di capire, sembrano essersi intensificati i contatti con l’americana Heavy Artillery, già label degli speedsters Enforcer. Notevoli, insomma, anche deliziosamente imperfetti come è stato per le female-fronted band degli anni d’oro. Attendiamo sviluppi.

Myspace

“Lei non sa chi sono io”. Già, e meno male, a volte. In qualche altro caso, invece, faremmo meglio a conoscere queste bands bistrattate, minori, un po’ compendiose. Semplicemente perché il metallone non è solo Maiden, Priest o Megadeth; in ogni caso, se questi minor-heroes sono ancora attivi, magari si preparano al comeback del secolo. Sognare non costa niente, no?

Anvil_Bitch_logo

I primi misconosciuti di questo nuovo angolo che andiamo a riscoprire sono gli statunitensi Anvil Bitch, speed/thrash band minore della zona di Philadelphia, formatasi nel 1985. La loro discografia non è particolarmente l_8c25af4eb507441f88a9447eec81b406nutrita, anzi. Si registrano un paio di demos, un paio di apparizioni nelle ormai celebri compilation ‘Thrash Metal Attack’ e ‘Speed Metal Hell’ della New Renaissance Records. Per chi non lo sapesse, la New Renaissance è l’etichetta fondata da Ann Boleyn degli Hellion che rimase sempre una label di secondo piano rispetto agli colossi come Noise, Roadracer o Metal Blade, ma che ha contribuito a portare alla luce bands di un certo livello come King Cobra, Necrophagia (eh, già il primissimo prodotto ufficiale venne stampato proprio dalla Renaissance), Wehrmacht e altri ancora. Una delle critiche mosse più di frequente alla New Renaissance riguardava le produzioni, spesso al di sotto degli standard del periodo ed è infatti questo il cruccio principale di ‘Rise To Offend’, il debutto degli Anvil Bitch datato 1986. Eppure, l’opera non è del tutto disprezzabile, anzi. Le influenze sono chiaramente primi Metallica e Anthrax, ma si sente anche lo zampino di classic-masters come gli onnipresenti Mercyful Fate. Il singer Gary Capriotti mostra un certo range vocale e una buona abilità e tunes come la title-track, la sparatissima ‘Maggot Infestation’ o ‘Arsenic And Cyanide’ risultano ancora oggi piacevoli all’ascolto. Certo, nel 1986 i Metallica pubblicavano ‘Master Of Puppets’ e anche con tutta la buona volontà del mondo, i nostri l_30022f78d0e94e869de0dc88f72e0abbAnvil Bitch erano tre, quattro anni indietro sul programma. In ogni caso la band, a seguito del debutto ebbe diverse possibilità di aprire per nomi blasonati nell’area di Philadelphia e si esibì live con una certa frequenza per un po’, interrotti da problemi di line-up mai risolti che portarono infine allo scioglimento. Buona parte della formazione ben presto riapparve nei Dominance, altra thrash metal band attiva nella seconda parte degli ’80 che non riuscì mai a farsi produrre un album completo ed ha lasciato una manciata di demos. La loro storia comunque non è del tutto terminata: gli Anvil Bitch sono tornati attivi un paio di anni fa e hanno pubblicato nel 2008 un promozionale di tre pezzi dal titolo ‘Sanctify’, completamente disponibile sul myspace ufficiale. I tre pezzi nuovi restano ancorati ad un suono thrash anche se certe strutture e la voce del singer Capriotti risultano forse un po’ troppo interessate a melodie sincopate e più thrash/crossover. (e tanto per cambiare, la produzione è ovviamente di livello basso, anche per un demo).  A parte qualche reunion show in compagnia de compaesani Faith Or Fear, da fine 2008 non si hanno ulteriori sviluppi. Chissà se li rivedremo.

Discografia:

Demo (1985)
Arsenic And Cyanide (Demo, 1986)
Rise To Offend (Full-length, 1986)
Sanctify (EP, 2008)

Anvil Bitch Myspace

Anvil Bitch Info

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Anno 1966. I Rolling Stones sparano al numero uno sia delle classifiche inglesi che americane ‘Paint It Black’, raccontata dagli stessi come uno sforzo compositivo di gruppo, anche se come al solito sembra che sia il duo Richards-Jagger ad aver fatto partire la scintilla; al tempo il folle Brian Jones è ancora parte della band ed è lui a suonare il sitar nella celeberrima parte iniziale. Musicalmente parlando, si tratta di un singolo atipico, che incorpora melodie vagamente orientali, mentre il testo di Jagger è una sorta di lamento funebre per una ragazza scomparsa. Il pezzo diventa un instant classic che viene riproposto praticamente da subito da molti altri artisti (eseguire “cover” anche recenti fino agli anni ’70 era pratica comune, nda) e primo fra tutti ad ottenere dei consensi fu Eric Burdon e i suoi Animals. Se proprio volete farvi del male, ne esiste una versione completamente in idioma italico cantata da Caterina Caselli, chiamata ‘Tutto Nero’. E’ l’inizio di una sorta di tormentone: ormai in quarant’anni raggiungiamo un centinaio di rifacimenti, sia da studio che catturaie dal vivo, in tutti i dipartimenti del rock e naturalmente anche fuori. Per dire, l’ultima versione balzata agli onori della cronaca è quella di Vanessa Carlton. ‘Paint It Black’ poi, ha raggiunto notorietà aggiuntiva perché è stata scelta come chiusura di ‘Full Metal Jacket’ di Stanley Kubrick, dose poi rincarata negli States dalla serie televisiva sul Vietnam ‘A Tour Of Duty’, entrata ormai nell’immaginario collettivo. Ma noi partiamo come al solito con la versione originale:

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Non è propriamente questo quello di cui vogliamo parlare giusto? Ordunque, nel fosco mondo del metallone un pezzo con ‘black’ nel titolo è come una maglia degli Iron Maiden o la camera da letto di Lita Ford, prima o poi tutti ci sono passati. Ecco quindi che, stando larghi, si contano almeno trenta, trentacinque versioni diverse un po’ in tutti i generi. Su qualche bootleg sperduto sembrano esistere delle versioni live eseguite dai Deep Purple, oltre che qualcosa fatto dai Blue Oyster Cult e da una versione progressive, tutta strumentale, ad opera di Rick Wakeman, detto anche il tastierista degli Yes. Questa la dedico ai più pipparoli e old-fashioned fra di voi.

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Passiamo a qualcosa di più scorreggione, dai. Blackie Lawless, l’uomo nero dei WASP, ne incise una versione ai tempi del debutto, facilmente ritracciabile nelle ristampe in circolazione in questi anni.

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Ne esiste anche una versione dal primo disco degli Anvil, ‘Hard n’ Heavy’, cantata da un Lips piuttosto irriconoscibile che vi risparmio (e poi degli Anvil vi abbiamo già parlato qui, adesso non è che possiamo overdosarvi così, senza motivo). Vi beccate invece la versione power metal dei Vicious Rumors, url… cantata dal compianto Carl Albert, anno 1994, periodo ‘Word Of Mouth’ (che disco, ragazzi, che disco!)

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Passiamo a qualcosa di più estremo, di ancora più scorreggione, e andiamo a sentircene due versioni deathcore, metalcore, gheicore o come volete voi: The Black Dahlia Murder (agli inizi, pre-‘Unhallowed’) e The Agony Scene (già alla frutta, periodo qualsiasi): i primi sono praticamente brutal, i secondi sono già più pannocchiari.

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Non è certo finita, perché in campo estremo ma non troppo si contano una versione oscena dei The Accused (quelli con l’umlaut che pubblicarono il mitologico ‘Splatter Rock’, disco da 1 e 99 nei mailorder, album di cui ne esistono più copie forate che intere, ma come dico sempre, questa è un’altra storia), una più signorile dei Grip Inc. (periodo ‘Incorporated’) e una abbastanza recente degli Earth Crisis, da ‘Last Of The Sane’, che riesce ad annettersi perfino i breakdowns!

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Così per scelta, saltiamo a pié pari gli sfigatissimi Deadsy, scoria numetal scomparsa alla velocità della luce (qualcuno lì avrà anche visti live in svariati Family Values tour, il baraccone dei Korn che andava di moda un po’ di anni fa) e fiondiamoci sul metallo scuro e depresso. Ci hanno provato, con risultati medio/mediocri i Darkseed, ormai a fine cosa, su ‘Ultimate Darkness’ (pezzo poi edito solo in certe versioni del cd), nei ‘90 gli Inkubus Sukkubus (chi?) da registrare come unico tentativo metal e dintorni con voce femminile e di recente gli Angel Blake, una scheggia partita dalla deflagrazione dei The Crown. Il vocione di Tobias Jansson è un po’ da cantanti-sotto-la-doccia ma tutto sommato si è sentito di peggio.

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Ma non è finita, perché pure orchestrale, è stata rifatta! A parte tutti i cd da autogrill delle orchestre sinfoniche di Vattelapesca e dintorni, due sono le principali versioni archi-violini-oboe-marranzano: una da suicidio degli Apocalyptica (che tralasciamo) e la più celebre, abbastanza rielaborata, dei teteschidicermania Rage.

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Siamo quasi in chiusura, e andiamo verso i piani alti: con una intuizione degna dell’invasione dell’Eritrea, i Marduk anno satani duemila e qualcosa (esce sul boxed set ‘Blackcrowned’, detto lo scatolotto nero) si cimentano nel compito di far svenire Mick Jagger e, contrariamente a qualsiasi aspettativa, devo ammettere che il tutto ha un suo perché. I casi della vita.

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Ma niente da fare, i pittati svedesi cedono il passo, almeno ad opinione del sottoscritto, ai The Unseen, punk band di protesta che è riuscita secondo me a registrare la versione migliore, catturandone uno spirito secondo me perfettamente bilanciato fra rabbia e malinconia. Ma ovviamente, ognuno di voi avrà la sua versione preferita…

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La carrellata stavolta è stata molto lunga, e volendo non sarebbe nemmeno conclusa, visto che ne esistono molte altre versioni: una di classe dei geniali canadesi The Tea Party (la rock band più sottovalutata del pianete, direi), una degli Anti-Nowhere League (‘So What?’ vi dice niente? Ecco…), una dei Panzer X (progetto all-star polacco con membri di Decapitated e Vader) e molte, molte altre ancora… d’altronde, stiamo parlando di classici all-time… mica di ‘Tutto Nero’ di Caterina Caselli!

E come al solito, concludiamo con una serie di myspace, così magari scoprite qualche nuova band che magari vi era sfuggita:

Rick Wakeman / Grip. Inc. / Inkubus Sukkubus / WASP / Anvil / Apocalyptica / Anti Nowhere League /Angel BlakeDarkseed / Deadsy / Earth Crisis / Marduk / The Unseen / The Tea Party / Vicious Rumors / Rage / The Accused / The Agony Scene / The Black Dahlia Murder

Come è possibile descrivere la new wave of british heavy metal? Pensateci un attimo, stiamo parlando di un movimento musicale che in un ristretto arco di anni (fine ‘70 – seconda metà degli ‘80) assommò dentro di sé estremi

I mitologici e sporcaccioni Witchfinder General

I mitologici e sporcaccioni Witchfinder General

non da poco, band diametralmente opposte; sotto la stessa etichetta infatti figuravano band esoteriche come Angel Witch, Witchfynde, Pagan Altar, presunti satanisti punkettari e anarcoidi come i Venom, velleitarie truppe yankee come Def Leppard, Fastway, Wratchild, eterni indecisi su che piega prendere come Saxon e Diamond Head, sgualdrine della mala come Girlschool, Rock Goddess e Oral, berserker dell’amplificatore come Tank e Raven, leviatani del metal come gli Iron Maiden… Eppure tutti lì, riuniti sotto quell’acronimo impronunciabile. E allora? In un’intervista, a proposito del recondito segreto e significato della nwobhm, Montalo (chitarrista dei Witchfynde e non un personaggio di Montagnani in qualche sexy commedia di supplenti in guepierre) ebbe a rispondere:

Credo abbia a che fare con il background operaio dal quale la musica metal ha origine. Era una sorta di ribellione contro le grandi major discografiche e le compagnie di produzione, ribellione sorta parallelamente alla nascita del movimento punk. Le band uscivano allo scoperto, andavano avanti in modo autonomo, facendo le cose per proprio conto, quasi in spregio del music business. Questo donò alla musica un background ribelle e selvaggio che si adattava perfettamente al nostro approccio.”

Heritage

Compito più arduo come prima escursione in ambito nwobhm non potevo assegnarmelo. Che ci voleva a sguazzare nelle nutrite discografie di Iron Maiden, Venom o Def Leppard, note anche come le band che “ce l’hanno fatta”? Già,

Strange Place To Be (7")

Strange Place To Be (7")

infatti il movimento nwobhm pare un concentrato di sfighe, anonimato, potenzialità inespresse e disastri finanziari come pochi altri se ne sono visti nel panorama musicale da Johan Sebastian Bach in poi (e non mi riferisco a quello con più coca nel musetto che in frigo). Eccoci qui con gli Heritage ed il loro unico disco “Remorse Code”, se si eccettua il singolo anticipatore “Strange Place To Be” (lato B: “Misunderstood”), 7” edito da Rondelet nel 1981. “Remorse Code” viene pubblicato nel 1982, poi la label fallisce e la band muore. Stop. Fine del passaggio della cometa Heritage nell’universo-mondo musicale. Già, ma al cuore non si comanda, e nonostante tanta esigua brevità e concisione di intenti, un semplice album può rimanere negli affetti più intimi di un vecchio rocker d’antan. Tra singolo e debut/defunt album gli Heritage riescono pure a trovare il tempo di rivoluzionare completamente la line-up, da 5 diventano 4, e l’unico sopravvissuto allo sterminio è il chitarrista Steve Johnson. Niente cantante e le linee vocali vengono spartite tra i vari membri.

Raccontata così pare l’epopea di un qualunque insignificante e periferico rock album dei lontanissimi e polverosi eighties. E invece, non si capisce bene per quale motivo, tra questi solchi alberga una delle più strabilianti e meravigliose perle della nwobhm. Qui non c’è la gloria di “Run To The Hills” o l’irruenza di “Wratchild”, non troverete

Remorse Code (CD/LP)

Remorse Code (CD/LP)

la malizia sbarazzina di “Hello America” né la turpitudine di “One Thousand Days In Sodom”; gli Heritage non hanno sconvolto le platee di mezzo mondo, e tuttavia è commovente constatare quanto la mancata pioggia di lustri e lustrini sia del tutto indipendente dal valore espresso dalla band anche in un unico album. Cifra peculiare degli Heritage è la predilezione per fraseggi acustici e malinconici, accolti da una morbidezza di fondo ed uno spiccato senso della melodia che però in nessun caso tolgono maschio valore al sound dei figli d’Albione.

Questo platter sublima forse l’intero senso più vero e profondo della nwobhm, per citare Montalo … una manciata di anonimi “operai” del pentagramma, senza passato e senza futuro, mossi unicamente da autentica passione e dedizione, abbattuti e sconfitti dal destino ancor prima di imbracciare gli strumenti, eppure in grado di eternarsi per tutti coloro che hanno avuto e avranno la voglia di scommetterci su, rivolgendo il proprio tempo all’ascolto del loro sudato lavoro.

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Giusto per stemperare tanto epos….qualche informazione utile: la versione di “Strange Place To Be” presente sull’album è differente da quella del 7”, infatti venne riregistrata per l’occasione, mentre “Misunderstood” non compare proprio su “Remorse Code”. Nel 1996 British Steel Records stampa su CD albume singolo insieme. Paul “Fasker” Johnson, bassista su “Remorse Code”, è fratello di Steve, il quale a sua volta finirà negli USI di Steve Dawson, quello dei Saxon. E proprio i Saxon, abbandonati da Dawson recluteranno Johnson, accreditandolo su “Rock The Nations” (le cui linee di basso invece sono suonate da Biff Byford). Su “Destiny Paul ci suonerà davvero, ma poi abbandonerà la band in mezzo al tour.

Heritage Info 1

Heritage Info 2

Da qualche mese è in giro una nuova etichetta tutta italiana, la Coroner Records. Dietro a questo nuovo sforzo coronerproduttivo circolano dei nomi già noti tra cui quello di Ettore Rigotti, mainman dei Disarmonia Mundi (non a caso tra i primi ad essere “assunti” dalla nuova realtà) e produttore di successo grazie ai propri studi (e guarda caso alla consolle dietro a Stigma, Destrage e ovviamente  Disarmonia Mundi). Con delle referenze del genere, è facile immaginare il genere finora trattato, che è un estreme metal deathcore violento ma non troppo. Le prime due releases, ancora calde, sono state il debutto dei milanesi Destrage, deathcore band molto originale di cui abbiamo già parlato in sede di recensione e la reissue di ‘Nebularium’ dei Disarmonia Mundi, in confezione digipack arricchito dell’ep ‘Restless Memoires’, che altro non è che una collection di outtakes di varia provenienza registrate tra il 1999 e il 2006. Pur non raggiungendo le vette del materiale degli ultimi due prodotti, la qualità dei questi brani è buona e non si ha mai l’impressione di essere davanti a degli scarti ri-editi per caso. Viene rimesso in circolazione, in occasione di queste uscite, anche l’ormai classico ‘Fragments Of D-Generation’.

174996 Disarmonia Mundi - Nebularium Reissue 3410

La tentative schedule dell’etichetta sembra essere molto fitta, visto che fra qualche settimana avremo modo di sentire i nuovi Fomento e i greci Tardive Dyskinesia. I primi, romanideroma, sono un nome che gira da qualche anno e giungono su Coroner facendo finalmente uscire l’autoprodotto ‘Either Caesars Or Nothing’ dell’anno scorso, se non erro. Si autodefiniscono Slayercore, e tutto sommato il termine suona bene, vista la dipendenza dei nostri da modelli quali Hatebreed, Cataract, Born From Pain e compagnia bella. Interessante l’immagine tutta Roman-pride, con scritta campeggiante nel myspace che recita “Being Italian Is A Priviledge, Being Roman Is An Honor” (sticà!). Non male pure la loro devozione al “Kill Fashion Core” e no, non si riferiscono alla musica dei Destroyer 666 (eroica la maglia in vendita sul loro space “Emo nun te temo”). I secondi invece sono i greci Tardive Dyskinesia (eh?), più dediti ad un Meshuggah-sound che da quanto si riesce ad evincere dal loro myspace, è ben costruito e prodotto sin dalle basi, anche se forse non così originale.

fomento tardivedyskinesia album_5-star-grave_corpse-breed-syndrome_1612200892949

Per quando farà più freschino invece ci aspettiamo il nuovo Disarmonia Mundi, ‘The Isolation Game’.  Chudiamo citando un altro titolo disponibile nel web shop della Coroner Records, ovvero il debutto autoprodotto di fine 2008 dei 5 Star Grave, altra band in cui è coinvolto Claudio Ravinale, già singer dei Disarmonia Mundi. Trattasi di una proposta notevole la loro, che spazia tra Children Of Bodom, Sonic Syndicate, i Death SS di ‘Heavy Demons’, tanto heavy thrash classico ma soprattutto l’attitudine e le melodie di Lordi e Alice Cooper. In attesa di nuovi aggiornamenti, pollice alto per la Coroner Records che per ora sembra voler lavorare piuttosto bene. Vedremo che impatto avranno i dischi nel paludoso mercato di oggi e se fra un paio di anni saremo ancora qui a parlarne, beh… qualcosa vorrà pur dire.

Coroner Records

Disarmonia Mundi

Destrage

Fomento

Tardive Dyskinesia

5 Star Grave

Li conoscete gli Anvil? Sì dai, quelli di ‘Metal On Metal’, canadesi… no eh? Beh cari nerds, questa band d’oltreoceano anvilfotoera ready to explode, nella prima metà degli 80’s… essì perché dopo, vuoi per dei dischi meno ispirati, vuoi per le solite scelte sbagliate, sono diventati culto e di conseguenza dimenticati. Triste storia quella di Steve “Lips” Kudlow e di Robb Reiner, due metallari che in piena gioventù hanno condiviso palchi con Whitesnake, Scorpions e che tutt’ora vengono citati e incensati da gente come Slash, Lars Ulrich, Tom Araya e Lemmy, sti chizzi insomma…
Bene, il documentario in questione inizia proprio così: per i primi quattro minuti scorrono immagini dei gloriosi anni 80 ed interviste ai succitati bigs della musica dura, poi c’è un drastico cambio spazio/temporale: Lips e Reiner nell’inverno canadese, cinquantenni, che vanno al lavoro ed iniziano a parlare del loro fallimento. Una tristezza enorme.
Il documentario è fatto davvero bene, i due superstiti sono molto simpatici, umani e ricchi di entusiasmo e gli aneddoti raccolti su questo ‘The Story Of Anvil’ sono tantissimi e tutti contenenti vari umori e sfumature; si va da un tour europeo sostanzialmente fallimentare, coordinato dalla manager Tiziana Arrigoni (che ci regala una significativa porzione di bestemmie), al viaggio verso Dover (Inghilterra) per registrare il loro ultimo lavoro ‘This Is Thirteen’ negli studios di Chris Tsangarides, produttore che lavorò con Black Sabbath, Judas Priest e con gli stessi Anvil. Il disco, uscito nel 2007, non ha destato l’interesse di nessuna etichetta e solo quest’anno è stato ristampato dalla VH1 Classic Records. Ok, mi fermo qua. Il resto del documentario voglio che ve lo gustiate con attenzione, ne vale davvero la pena. Tra commoventi interviste agli “Anvil parenti”, il generale feeling di rimorsi, speranza, passione e la struggente amicizia tra Lips e Reiner hanno tutto il potenziale di far battere forte i vostri cuoricini metallici. A me, lo ammetto, è scesa anche una lacrimuccia (of steel).

90/100

Official Movie Site

Anvil Myspace

anvil_movie_poster_01

Qualche nota aggiuntiva per inquadrare meglio il prodotto: ‘The Story Of Anvil’ non è un documentario edito su un qualsiasi DVD musicale, ma è un vero e proprio film. Diretto da Sascha Gervasi, ex-roadie della band e ora sceneggiatore di successo (’The Terminal’ di Steven Spielberg, per esempio), il film è stato presentato al Sundance Festival (l’arcinoto festival del cinema indipendente di proprietà di Robert Redford) e ha raccolto, da allora, una marea di critiche positive. Rotten Tomatoes, bibbia delle recensioni cinematografiche, gli ha assegnato un punteggio del 98% su circa un centinaio di recensioni raccolte. Tanto per darvi un’idea il celebratissimo ‘The Dark Knight’ di Christopher Nolan raggiunge un 94%, ‘Gangs Of New York’ di Scorsese un 76% e ‘Saw 5′ arriva al 15% (anche se per fare in confronti bisogna sempre tenere d’occhio il numero delle recensioni raccolte). Buffo notare come tutti i critici cinematografici paragonino il lungometraggio con l’ormai mitologico ‘This Is Spinal Tap’, alcuni non comprendendo fino in fondo che l’illustre predecessore era un mockumentary, ovvero una parodia del mondo delle rock bands e gli Spinal Tap furono “inventati” apposta (anche se poi si materializzarono davvero, ma questa è un’altra storia), mentre The story of Anvil è un documentario vero e proprio e le persone, i fatti e soprattutto i dischi pubblicati sono tutti reali. Se mi si è commosso il nostro trve extreme metaller black death, un suo perché in questo film ci deve pur essere.  (benzo)

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Martelliamo i timpani ai lettori con delle robba buona. Come facevano i diggei d’altri tempi, che i singoli di successo li inventavano loro. Tipo John Peel. Tipo Adrian Cronauer. Tipo Oreste di Radio Piadina 97.5 solo-per-voi-creature-della-notte-romagnola, socmel.

Partiamo con una possibile next big thing:  Vains Of Jenna. Notati da Bam Marghera e infilati nella sua Viva La Bands, sono stati presi sotto l’ala protettrice di Steve Rachelle dei Tuff. Il primo album era così così, ma su palco sembrano rompere culi su culi. Il nuovo è in arrivo. E questa qui la voglio al mio funerale, più tardi possibile, of course.

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Proseguiamo con una next big thing che il suo treno probabilmente ormai l’ha perso, i Crashdiet (c’è una umlaut da qualche parte, ma non ho il coraggio, scusate). Dicevamo: fuori tempo massimo, ma questo non toglie che quando rockavano e rollavano con Dave Lepard alla voce pubblicarono ‘Rest In Sleaze’ che era un disco che ti gasava così tanto che nemmeno un bidone di Sprite che rotola giù per una scarpata. Bei tempi.

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Rafforziamo con i classici che è sempre il caso di ripassare. Il terzo singolo dell’ultimo Backyard Babies. IL singolo. LA canzone. Dregen TVVVVVVVTTTTTTB. Sei la versione abbandonata in discarica di Jack Sparrow. Smack.

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Finiamo con un gruppo piuttosto nuovo, poco originale, magari limitatamente interessante. Ma nel video è pieno di culi così. E a noi i culi piacciono. E anche la musica, a dirla tutta. Loro sono i Dirty Penny, che qualcosa da dire potrebbero averla, a pensarci bene: sentiremo su ‘Young And Reckless’, in uscita fra meno di un mese. Magari ci scappa anche qualche altro video notevole. Buttalo via.

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Vains Of Jenna Myspace

Crashdiet Myspace

Backyard Babies Myspace

Dirty Penny Myspace

a qualcuno viene pure in mente che gli anni ’80 non erano così male, perché in fondo si trattava di grandi melodie

Corre l’anno 1984 e un trio a nome Bronski Beat scala le classifiche inglesi con un singolo di debutto, ‘Small Town Boy’, che si piazza al numero tre. Il falsetto del singer Jimmy Sommerville si stampa nelle orecchie di mezzo mondo e ben presto tutti si rendono conto qual è la tematica del pezzo: l’omosessualità. Ne circola anche un video, con lo stesso Sommerville che interpreta il ruolo del protagonista, il ragazzo di campagna aggredito da coeatanei omofobi. Il titolo del disco è  ‘The Age Of Consent’ e si riferisce in maniera polemica alle varie leggi sull’età minima per gli atti omosessuali. Sì insomma, è palese che i tre Bronski Beat trattano tematiche decisamente da froc.. ehm… omosessuali. Come dire, il mondo del metallo non se ne accorge nemmeno (giustamente), visto che nell’84 eravamo tutti occupati a spipponarci con ‘Powerslave’, ‘Perfect Strangers’, ‘Ample Destruction’ e ‘ Defenders Of The Faith’ (altrettanto giustamente). Passano gli anni, tutti invecchiano, Sommerville lascia i Bronski Beat, il mondo del metallo scopre che a Rob Halford piace la fava (ma glielo si perdona quando rientra nei Judas) e a qualcuno viene pure in mente che gli anni ’80 non erano così male, perché in fondo si trattava di grandi melodie (e basta solo metterci due chitarre sotto). Nel frattempo ‘Smalltown Boy’ è rimasto uno dei grandi inni di quel periodo e così, vuoi mai, pure il trucido mondo del metallo decide di riproporlo. Ma andiamo per ordine, eccovi la versione originale:

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Di cover a tutt’oggi, propriamente metal o almeno hard se ne contano quattro principali, in attesa di essere smentito per essermi dimencato il 7 pollici rosso dei Disgusting Infiocination. Comunque: i primi a provarci sono i tedeschi Depressive Age (chi?), thrash band molto particolare che mostrava un anelito notevole verso la malinconia e la modernità. E di fatti non andarono da nessuna parte (non molto giustamente, qualcosa di buono c’era). ‘Smalltown Boy’ è il titolo del loro ep del 1997 e al tempo ne venne girato anche un video. Peccato che il vocione del singer Jan nel ritornello sia da ridergli in faccia. Ma non diteglielo.

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Passano tre o quattro anni così, come se niente fosse e un altro gruppo al tempo impestato di frocismo Depeche Mode e mascarone anni ’80, i Paradise Lost, decide di registrarla ed includerla come bonus del disco ‘Symbol Of Life’, detto anche il ciddì con lo scarabocchio arancione in copertina. I Paradise Lost in questi anni non se li fila quasi più nessuno dopo la debacle di ‘Host’, e così il tutto passa anche un po’ inosservato. Male, perché la cover è forse la migliore tutte.

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Torniamo un po’ indietro: anno 1997, mentre i Depressive Age registrano la loro versione, c’è un altro gruppo flippatissimo per gli ’80 synth pop, i tedeschi Atrocity, che difatti pubblicano il loro amato/odiato ‘Werk 80’, ovvero il disco con le zozze in copertina. Per loro non è questo il momento di includere ‘Smalltown Boy’, ma è solo questione di tempo perché il tutto avviene con il seguito ‘Werk 80 II’, ovvero il disco con LA zozza in copertina, anno 2008 e Dita Von Teese sulla cover che ti guarda un po’ così. Cielo mi sono inumidito le mutande. Il problema è uno solo: gli Atrocity e il buon gusto hanno sempre avuto un rapporto difficile e tutto questo sinfonico, voci femminili, tastiere, chitarroni, iperproduzione e ampio parcheggio allontanano di molto lo spirito intimista dell’originale. No bello.

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E siamo a tre. Da segnalare, per i più borderline di voi (come se un articolo come questo non fosse già fin troppo borderline di suo, ma vabbè) la versione tutta tricolore dei The Fire, ovvero Olly degli Shandon più vari membri dei Madbones, ovvero una punk rock band di buon successo che ha deciso di registrare ancora una volta questo classico. E c’è pure un video ufficiale.

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Ovviamente in attesa dei prossimi eroi che si cimenteranno. Se volete saperne di più dei gruppi citati, o se più semplicemente vi piace la fava, eccovi un po’ di link gustosi gustosi.

Depressive Age Myspace

Paradise Lost Myspace

Atrocity Myspace

The Fire Myspace

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