set  09
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un disco per fan di del doom energico, degli Opeth, del dark sound

Ormai Paul Kuhr ha il pilota automatico. D’altronde, i Novembers Doom esistono da un vita (ed esordirono per la ndnostrana Avantgarde, al tempo) e il nostro ha avuto tutto il tempo di spaziare all’interno dei filoni del death/doom (con qualche tentazione più particolare, ogni qual tanto). ‘Into Night’s Requiem Infernal’ è il settimo studio-album per la band americana che, per chi li seguisse già da un po’, prosegue il percorso di lavori come ‘The Pale Haunt Departure’ e ‘The Novella Reservoir’. Non si tratta comunque di un clone, visto che rispetto ai predecessori ‘Into Night’s Requiem Infernal’ è molto lineare, diretto e concentrato. Meno rabbioso di ‘Umbrella’, meno complesso di ‘Departure’, questo lotto di canzoni si nutre di suggestioni tipicamente Opeth, intessendole di rimandi a My Dying Bride o Saturnus. L’atmosfera di ‘Requiem’ è oscura (‘A Eulogy For The Living Lost’), talvolta malinconica e piena di rimorsi (‘The Fifth Day Of March’ e ‘When Desperation Fills The Void’), altre volte ancora feroce (‘Lazarus Regret’). E’ sempre comunque adeguata, ben strutturata, ottimamente arrangiata, pur non eccellendo mai in originalità. E’ un po’ il destino di Paul Kuhr, quello di essere un genio di seconda fascia, che ha sempre avuto bisogno dell’input dei grandi ma che si è anche difeso molto bene in fatto di interpretazioni personali. ‘Into Night’s Requiem Infernal’ è esattamente questo: un disco per fan di del doom energico, degli Opeth, del dark sound e soprattutto, della buona musica. Regolarmente di qualità, ormai, come le piccole sicurezze della vita.

80/100

Myspace Novembers Doom

Myspace The End Records

siamo di fronte alla miglior copia-carbone dei primi Mercyful Fate, quelli dell’uno-due storico ‘Melissa’ e ‘Don’t Break The Oath’.

In attesa di nuovi nomi da segnalarvi (uno su tutti, gli Helvetets Port semplicemente commoventi,  di cui abbiamo già anticipato qualcosa qui) portrait_largeconcludiamo per un po’ la nostra carrellata di questa nuova ondata di old-metal con gli svedesi Portrait, i più intrippati con il recupero dei Mercyful Fate. ‘Portrait’, il loro debutto auto intitolato, è sulla piccola Iron Kodex, etichetta di cui sentiremo sicuramente riparlare in fatto di retro-metal (un nome su tutti: Atlantean Codex, ma anche qui ne riparleremo). C’è poco da dire sul quintetto svedese, in fondo, se non che siamo di fronte alla miglior copia-carbone dei primi Mercyful Fate, quelli dell’uno-due storico ‘Melissa’ e ‘Don’t Break The Oath’. Atmosfere sulfuree, ripartenze improvvise, chitarre squillanti e serrate ma soprattutto la voce demoniaca spesso in falsetto di Philip Svennefelt, veramente vicino all’originale King danese. ‘Hell’, la tirata ‘A Thousand Nightmares’ e ‘Bow Unto The Devil’ sono solo tre dei momenti più riusciti di un platter altamente derivativo ma che possiede una sfrontatezza notevolissima e un candore che di questi tempi è ancora utile. Il risultato è buono, ma per onor di cronaca è giusto notare che il singer Philip ha già lasciato la baracca per raggiungere gli Helvetets Port e il suo sostituto Per Karlsson, già visto con i rientrati Overdrive, potrebbe non essere all’altezza. Vedremo. In caso di problemi, potremo sempre divertirci a riascoltare questo piccolo rigurgito infernale come non se ne sentono poi molti.

75/100

Portrait Myspace

Iron Kodex Myspace

Notevolissimo il rifferama di base, variegato ma ma complicato, con una grande attenzione anche per i solos e gli arrangiamenti.

A seguito del singolo di fine 2008, gli svedesi In Solitude arrivano al debutto con questo platter auto intitolato di otto 220340pezzi. Uscito prima in vinile per la High Roller, è stato diffuso subito dalla tedesca Pure Steel in versione cd. I nostri sono una delle bellissime sorprese del retro-metal che la penisola scandinava ci ha riservato e ci vuole molto poco per comprendere i padri putativi dei nostri: Mercyful Fate, Iron Maiden, ma anche Witchfynde e Angel Witch. I primi sono i più evidenti forse, ma ad ascoltare e riascoltare le otto tracce di ‘In Solitude’ emerge prepotentemente anche il modus-operandi dei citati NWOBHM-acts. Il singer Pelle Ahman infatti non si sforza di correre dietro a tutti i costi a chissà quale tonalità alla King Diamond e tutto il resto della band, allo stesso modo, si concede un minimo di spazio strutturale, inventando qualche soluzione veramente piacevole. Siamo sempre nel territorio dell’ old-metal, ma i nostri hanno sufficiente mano per divincolarsi con eleganza dagli illustri predecessori. Notevolissimo il rifferama di base (’Kathedral’ è proprio una bomba), variegato ma ma complicato, con una grande attenzione anche per i solos e gli arrangiamenti. Promossi a pieni voti perciò gli In Solitude e il loro metallo ossianico. A risentirci per un follow-up, visto che secondo me c’è ancora margine di crescita.

80/100

Myspace

High Roller Records

Pure Steel

E’ un bel melting pot, quello dei RAM, che non raggiunge mai vette, ma che non delude nemmeno mai completamente.

Secondo disco per gli svedesi RAM in una decade di attività, dopo ben quattro anni dal debutto. In questo revival di RAM-Lightbringersonorità old-school, i RAM sembrano essere la band più “ragionata” del branco di nuove leve sguinzagliato di recente nel mondo del metal (anche se ripeto, dopo dieci anni di attività, seppur minima, i nostri non sono proprio dei giovincelli come possono essere altre bands in voga di recente). ‘Lightbringer’ oltretutto si distanzia abbastanza da tutte le release di old-metal recenti (Wolf, Enforcer, Armour, In Solitude) per la sua stessa struttura. I RAM infatti pescano a piene mani dal metal americano della seconda metà degli Ottanta, oltre che dagli ovvi classici europei (Judas Priest, Iron Maiden, Mercyful Fate): è tangibile l’apporto di gruppi come Crimson Glory, Jag Panzer medio periodo, Cage e gli Iced Earth dei primi dischi. Il suono di ‘Lightbringer’ è piuttosto freddo, metallico, guidato dall’ugola del singer Oscar Carlquist che si esprime veramente al meglio (anche se con qualche riverbero tipicamente Midnight) e gigioneggia pure verso un registro Mercyful Fate, ogni tanto. Altro elemento distintivo dei RAM sono le strutture dei brani, sempre piuttosto complesse e di derivazione Shermann/Denner, che raggiungono i nove minuti di ‘Suomussalmi’ e si esprimono in maniera decisamente epica in ‘Ghost Pilot II’ e ‘Awakening The Chimaera’. E’ un bel melting pot, quello dei RAM, che non raggiunge mai vette, ma che non delude nemmeno mai completamente. Alla fine di ripetuti ascolti a ‘Lightbringer’ manca sempre qualcosa per essere definito un dico completamente riuscito, ma ci sono dei discreti margini in ogni settore, a partire da quello della fluidità, che riesce a miscelare per bene tante influenze diverse, senza far mai apparire i RAM come cloni di qualche grande nome in particolare. Da risentire, magari non fra altri quattro o cinque anni.

70/100

Myspace

AFM Records

la loro versione del metal anni 80 è piuttosto liscia, scevra da qualsiasi contaminazione epic o speed e tendente all’oscurità di alcuni passaggi

Emersi dalle ceneri di una doom band rimasta sempre molto undeground, i Goat Horn, i Cauldron sono una formazione albumcauldron300che debutta in grandissimo stile su Earache, ormai sempre più lanciata verso un recupero indiscriminato del passato metallico (e ne avremmo da discutere, sulle scelte della label inglese…). I tre personaggi, canadesi, si esibiscono in un heavy metal in pieno stile anni 80, abbastanza particolare per quanto riguarda le influenze. E’ molto comune infatti, in questo revival di metallone classico, imbattersi in gruppi che prendono sfacciatamente da questo o quel mentore. I Cauldron invece aggirano l’ostacolo e si creano uno stile piuttosto personale. Per inquadrarli meglio potremmo dire che la loro versione è piuttosto liscia, scevra da qualsiasi contaminazione epic o speed (se escludiamo la comunque riuscita ‘Dreams Die Young’), tendente all’oscurità di alcuni passaggi (‘’The Leaven/Fermenting Enchantress’ è proprio heavy/doom), mentre in altri come strutture sembra di risentire i Dokken o gli Stryper degli esordi. Il resto sono ovviamente suggestioni, tocchi qua e là di Mercyful Fate, i Judas Priest primo periodo e altro ancora, ma come detto non si ricalcano mai pedissequamente i grandi nomi. Buone le melodie nonostante gli evidenti limiti vocali del leader Jason Decay (‘Chained Up In Chains’ è proprio un bel singolo) e buono anche il suono, non troppo aggressivo all’inizio e per questo piacevole con il proseguire degli ascolti. Insomma ‘Chained To The Night’ si presenta fin da subito come autore di una strada propria. Vedremo dove ci condurranno i Cauldron. Dal parrucchiere spero di no, perché non mi sento ancora pronto per un taglio anni 80.

75/100

Myspace

le capacità dei nostri includono rimandi anche ad Exciter, Mercyful Fate, Judas Priest, Savage Grace o Angel witch.

Ma pensa. A vederla dalla copertina e dal logo, ho davvero pensato che questa fosse una ristampa di qualche HA55007_coversconosciuta band anni 80. L’unica cosa che tradisce gli Enforcer è una registrazione troppo pulita, anche se non è il caso di aspettarsi nulla di eccezionalmente moderno. Ma andiamo per ordine: gli Enforcer sono una (molto) giovane band svedese che ci offre un heavy/speed come funzionava giusto venti, venticinque anni fa. Puliti, piuttosto melodici, gli Enforcer  sembrano conoscere molto bene questo stile musicale, al punto che l’omaggio molto spesso diventa così sentito da non poter non entusiasmare. Altra caratteristica notevole di ‘Into The Night’ è l’importanza data al basso che richiama più e più volte gli Iron Maiden dei bei tempi andati, modello primi due/tre dischi: tanto per dire, ‘City Lights’ entusiasma tanto quanto ‘Transylvania’, l’opener ‘Black Angel’ sembra uscita da ‘Killers’. Ma non è finita qui, perché le capacità dei nostri includono rimandi anche ad Exciter, Mercyful Fate, Judas Priest, Savage Grace o Angel witch. In definitiva ‘Into The Night’ scorre piacevolissimamente, aiutato da dei suoni veramente squillanti e da una sfrontatezza sufficiente a rendere l’omaggio degli Enforcer credibile. ‘Into The night’ è un debutto sorprendente, che lascia spazio a delle aspettative rosee per il futuro. Spero solo che all’Upim non si rimettano a vendere i pantaloni a righe bianche e nere. Altrimenti siamo tutti fottuti.

80/100

Myspace

Heavy Artillery

Alla consolle siede Howard Benson, già con Daughtry e P.O.D. ed effettivamente siamo di fronte ad un piccolo gioiello di nitidezza e potenza.

Dopo una gavetta di diversi anni, culminata in una serie di tour di successo con Seether, Black Stone Cherry e 200px-Halestorm2009albumcoverShinedown, esordiscono col botto direttamente su Atlantic gli Halestorm, quartetto hard rock capitanato dalla frontwoman Lzzy Hale e dal fratello batterista, Cosimo Hale, credo. Il genere è chiaramente quello del mainstream rock a stelle e strisce, ma nel caso specifico dei nostri la componente modernista è piuttosto ridotta. Né completamente settantiani (Black Stone Cherry), né eccessivamente pacchiani (Hinder) i nostri confezionano un debutto abbastanza bilanciato, che riesce a mettere diversi punti sul tabellone sia nel settore singoli potenti (‘I Get off’), sia nelle ballad (‘Innocence’ e ‘I’m not an angel’). Alla consolle siede Howard Benson, già con Daughtry e P.O.D. ed effettivamente siamo di fronte ad un piccolo gioiello di nitidezza e potenza dal punto di vista strettamente sonoro, fatto questo che aiuta tantissimo brani altrimenti abbastanza ordinari come ‘Better sorry than safe’ o ‘Love/Hate Heartbreak’. ‘Halestorm’ nel complesso è un disco buono, non fenomenale, che risente a lungo andare di un paio di singoli spaventosi (la già citata ‘I Get Off’ e la ballad ‘Best U Wish U Had Me Back’) e diversi filler di valore. Buonissimi comunque gli arrangiamenti e le idee espresse, che potranno quadrare meglio in un seguito. Nota a margine, la signorina Lzzy (già, senza la i) è una gnugna di dimensioni spropositate e questo potrebbe aiutare ancora un po’. Noi tifiamo per gli Halestorm, un po’ per la musica un po’ perché i Creed e i Nickelback ci sono al massimo simpatici.

75/100

Myspace

il songwriting dei nostri è liscio, debitore di un certo punk abbastanza maturo, ovviamente del doo-woop ma anche di parecchio dark rock nel senso più ampio del termine

Ci sono dei generi al margine del metal vero e proprio di cui non posso considerarmi un ascoltatore avido. Eppure, Nim Vind - The Stillness Illness - CDquando li incontro mi soffermo con piacere. Nim Vind si è inserito nel nostro campo di osservazione con la sua firma per la Silverdust Records e la sua esibizione al Summer Breeze. Metal? Assolutamente no. Eppure la proposta stuzzica. Dietro al monicker Nim Vind si cela una band canadese, guidata da personaggi coinvolti in un altro combo al momento piuttosto caldo, i The Vincent Black Shadows. Comunque sia, ‘The Stillness Illness’ è il secondo disco per i nostri e in linea di principio dovrebbe collocarsi nel filone horrorpunk e deathrock. In pratica, la bilancia pende molto di più verso il secondo, perciò non aspettatevi i nuovi Calabrese, anzi. E’ suadente, il songwriting dei nostri, liscio, debitore di un certo punk abbastanza maturo, ovviamente del doo-woop (‘Killing Saturday Night’ si presenta da sola) ma anche di parecchio dark rock nel senso più ampio del termine. Sono squillanti, le chitarre del platter e piacciono per questa loro presenza fine (‘Suicide Pact’). Interessanti anche le aperture più cantautoriali (‘The Radio Active Man’) e tutti gli orpelli horror punk che, almeno a livello lirico, restano sempre parte dell’immaginario del terzetto.  ‘The Stillness Illness’ cresce ascolto dopo ascolto, grazie alla puntualità degli arrangiamenti, alla varietà delle soluzioni e, soprattutto, alla voce di Chris Kirkham, un Glenn Danzig di qualche tono più alto sempre in grado di esprimere rabbia, malinconia o divertimento. Rock oscuro dai temi horror, un po’ Misfits un po’ no. Per dire, se Wednesday 13 facesse un disco così, potrei amarlo. Perché Nim Vind è un vampiro raffinato, affascinante e pungente. Se ogni tanto volete provare qualcosa di diverso, accomodatevi.

70/100

Myspace

Silverdust Records

Mental Decay – Demo ‘87

I Mental Decay (da non confondere con gli omonimi americani) erano un gruppo thrash proveniente dalla mitica Roskilde, Danimarca. ‘Sti ragazzi non li avevo mai sentiti nominare e ho scoperto questo demo grazie ai preziosissimi consigli di papà Fenriz, ormai un vero e proprio fiuta reliquie from the dark past. Questa cassettina datata 1987 è l’unica cosa che questi ragazzi pubblicarono all’epoca: credo proprio che i cinque danesotti erano al culmine dell’incazzatura adolescenziale, tirano come se non ci fosse un domani e l’intero dannato demo sprigiona una cattiveria fuori dal comune, che viene ulteriormente valorizzata da una produzione 100% cantina e da un cantante parecchio ivol. Il culmine viene immediatamente raggiunto con la opener ‘Eat The Poser’s Guts’, un titolo da applauso perenne ed un pezzo altrettanto degno di fanatiche lodi, hit dell’estate, no doubts.

80/100


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Chronic Decay – Ecstasy In Pain

Dopo i Mental Decay è il turno degli svedesi Chronic Decay, allegria. Questo demo di tre tracce, risalente al 1990, è un lancinante esempio di death/thrash di altri tempi, ispirato dagli eterni Death di ‘Scream Bloody Gore’ così come naturalmente da tutti i padri del metal estremo, Dark Angel su tutti. Questo nastro ha tutto ciò che i divoratori di vecchio underground esigono: demo sound, batterista arrabbiatissimo, chitarre trita tutto ed un cantante tipicamente proto death metal, Schuldiner & Vincent docet. ‘Ecstasy In Pain’ è talmente cattivo da far accapponare la mia lurida pelle, peccato che sti guaglioni dopo questo primo demo abbiano rilasciato solo uno split coi connazionali Exanthema e una manciata di canzoni per una compilation dell’allora giovane Nuclear Blast, poi il nulla. Ennesima sconosciuta gemma metallica da amare e coccolare.

85/100

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Da qualche mese è in giro una nuova etichetta tutta italiana, la Coroner Records. Dietro a questo nuovo sforzo coronerproduttivo circolano dei nomi già noti tra cui quello di Ettore Rigotti, mainman dei Disarmonia Mundi (non a caso tra i primi ad essere “assunti” dalla nuova realtà) e produttore di successo grazie ai propri studi (e guarda caso alla consolle dietro a Stigma, Destrage e ovviamente  Disarmonia Mundi). Con delle referenze del genere, è facile immaginare il genere finora trattato, che è un estreme metal deathcore violento ma non troppo. Le prime due releases, ancora calde, sono state il debutto dei milanesi Destrage, deathcore band molto originale di cui abbiamo già parlato in sede di recensione e la reissue di ‘Nebularium’ dei Disarmonia Mundi, in confezione digipack arricchito dell’ep ‘Restless Memoires’, che altro non è che una collection di outtakes di varia provenienza registrate tra il 1999 e il 2006. Pur non raggiungendo le vette del materiale degli ultimi due prodotti, la qualità dei questi brani è buona e non si ha mai l’impressione di essere davanti a degli scarti ri-editi per caso. Viene rimesso in circolazione, in occasione di queste uscite, anche l’ormai classico ‘Fragments Of D-Generation’.

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La tentative schedule dell’etichetta sembra essere molto fitta, visto che fra qualche settimana avremo modo di sentire i nuovi Fomento e i greci Tardive Dyskinesia. I primi, romanideroma, sono un nome che gira da qualche anno e giungono su Coroner facendo finalmente uscire l’autoprodotto ‘Either Caesars Or Nothing’ dell’anno scorso, se non erro. Si autodefiniscono Slayercore, e tutto sommato il termine suona bene, vista la dipendenza dei nostri da modelli quali Hatebreed, Cataract, Born From Pain e compagnia bella. Interessante l’immagine tutta Roman-pride, con scritta campeggiante nel myspace che recita “Being Italian Is A Priviledge, Being Roman Is An Honor” (sticà!). Non male pure la loro devozione al “Kill Fashion Core” e no, non si riferiscono alla musica dei Destroyer 666 (eroica la maglia in vendita sul loro space “Emo nun te temo”). I secondi invece sono i greci Tardive Dyskinesia (eh?), più dediti ad un Meshuggah-sound che da quanto si riesce ad evincere dal loro myspace, è ben costruito e prodotto sin dalle basi, anche se forse non così originale.

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Per quando farà più freschino invece ci aspettiamo il nuovo Disarmonia Mundi, ‘The Isolation Game’.  Chudiamo citando un altro titolo disponibile nel web shop della Coroner Records, ovvero il debutto autoprodotto di fine 2008 dei 5 Star Grave, altra band in cui è coinvolto Claudio Ravinale, già singer dei Disarmonia Mundi. Trattasi di una proposta notevole la loro, che spazia tra Children Of Bodom, Sonic Syndicate, i Death SS di ‘Heavy Demons’, tanto heavy thrash classico ma soprattutto l’attitudine e le melodie di Lordi e Alice Cooper. In attesa di nuovi aggiornamenti, pollice alto per la Coroner Records che per ora sembra voler lavorare piuttosto bene. Vedremo che impatto avranno i dischi nel paludoso mercato di oggi e se fra un paio di anni saremo ancora qui a parlarne, beh… qualcosa vorrà pur dire.

Coroner Records

Disarmonia Mundi

Destrage

Fomento

Tardive Dyskinesia

5 Star Grave

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