set  09
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Ci hanno provato i Dub War in passato, così come pure un pochino i P.o.d. (ma proprio un pochino) e ci sarebbero pure quei dimenticati degli Sleepingodislie. Pure gli Skindred non sono proprio di primo pelo, ma più di un paio di brani interessanti a disco non erano mai riusciti a fare. Che sia la volta buona? Il nuovo album, è in uscita a giorni. Chissà.

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Myspace Skindred

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Senza parole. Come le barzellette. Sono due giorni che piango. Di gioia. Di incoscienza.  Vi parlerò di loro un giorno, forse lontano. Per ora è sufficiente così. Perché il mondo è ancora un bel posto, se ci sono gli Helvetets Port.

Myspace

Devo uscirne, lo so. Ma d’altronde, una delle motivazioni che ci hanno portato a chiudere la webzine e rinnovare il nostro progetto è stata la voglia di parlare di musica non necessariamente legata al mercato di oggi. Moderno, classico, di moda o fuori moda, l’importante doveva essere ricercare, discutere, confrontare. E in questo ci sembra che la nostra nuova creatura inizi a carburare bene. Il problema è un altro: il sottoscritto si è tuffato in alcune settimane di ricerca spasmodica di retro-metal (come avete potuto vedere qui, qui o qui) e il risultato è stato che ad un certo punto uno si convince che i Sacrifice canadesi (perché ci sono anche quelli del Congo Belga?) possano essere considerati una band quintessenziale del thrash e che i Tyrant di ‘Legions Of The Dead’ per il metallaro medio siano celebri grosso modo come gli Iron Maiden di ‘Powerslave’. Perciò, mi sono convinto che devo uscirne e per farlo, devo prendere una bocca d’aria con qualche gruppo che si filano almeno un po’, in giro. Con qualcuno che abbia pubblicato qualcosa su una label con un budget superiore ai venticinque euri. Con qualcuno che non abbia i baffetti alla crucca. Cominciamo da qui, dai.

Amorphis_03

Esa Holopainen è un bell’uomo. E sono sempre stato innamorato di lui, non è certo un segreto. Ma tipo che nel portafogli ho la sua foto a fianco di quella di mia mamma e della mia ragazza. Eppure, da quando ha ripreso a far girare gli Amorphis su livelli come gli ultimi tre dischi, è erezione ad ogni pié sospinto. E se mia mamma si accorge che ho tolto la sua foto dal portafogli, sono dolori. Comunque: gli Amorphis sono moderni, melodici, su Nuclear Blast, i dischi non si trovano solo su split 7″ rossi con inserto e hanno pure un nuovo singer che rompe culi a destra e a manca. Indi, se siete rimasti fermi a ‘My Kantele‘ sarebbe il caso, molto gentilmente, di muovere il culo, e mettersi in pari. Magari con questa ‘House Of Sleep”, singolone di tre album fa, ‘Eclipse’, vero disco della rinascita. E state calmi, che sarà un crescendo.

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Poi, così, quando già eravamo contenti, arriva la botta del ko, la mazzata sulla noce di capocollo, un disco così enorme che se l’avessi sentito quando abbiamo vinto i mondiali al posto di ‘popopopopo’, ora potrei anche morire sereno. Siore e siori, ecco ‘Silent Waters’, l’unico disco che abbia mai strappato un 100 al signore del metallo tirchio, il mio partner-in-crime Vikkoworld. Leggere per credere qui.

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Infine gli Amorphis, giusto per farci capire che il teorema dei Grave Digger, ovvero che l’ultimo deve essere un disco brutto perché quello prima si salvava, ci cacano qualche mese fa il nuovo ‘Skyforger’, che si presenta con un singolo ancora una volta gigantesco. Il nano del video di ‘Silver Bride’ è più brutto di me, ma possiamo anche perdonarglielo, dai.

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Gli Amorphis saranno in Italia fra qualche mese, dopo anni, con un tour tutto loro, in compagnia di spalle potenzialmente grandiose quali Before The Dawn e Amoral. Potrebbe essere un’idea intelligente farci un pensierino, sperando che il locale di turno non ce li accoppi a livello di suoni, come spessissimo capita nel Belpaese. Croce (i locali) e delizia (quel bell’uomo di Holopainen).

Ascoltateli. Giusto per capire che vi eravate persi qualcosa.

Amorphis Myspace

Before The Dawn Myspace

Amoral Myspace

99713_logo

In giro dal 2005, con un primo full-lenght datato 2007, i Five Finger Death Punch sono una band californiana dedita 99713_photoad un groove metal che altro non è che una miscela di heavy/thrash moderno e stoppato, con voglie numetal e strutture rigorosamente da rock-song. I nostri finora sembrano aver carburato abbastanza bene, ma non si sono più di tanto imposti sul mercato del metal pesante, soprattutto dalle nostre parti. Il secondo full, ‘War Is The Answer’ è atteso per i primi giorni di Ottobre e in parecchi sembrano puntare molto sul quintetto statunitense anche a livello puramente promozionale e quindi si è avuta la copertina in anteprima, il singolo in anteprima, il video in anteprima e via dicendo. Ciò che conta, finora, è la qualità della musica e da questo punto di vista il nuovo singolo ‘Hard To See’ di carte da giocarsi sembra averne più d’una. Vocalmente i nostri si ripresentano in una versione ridimensionata in cui il singer Ivan Moody mette in mostra la sua impostazione pure un po’ fm rock. L’altra song reperibile sul myspace ufficiale, ‘Burn It Down’, si dimostra essere più violenta, groovy, ma cento volte meglio arrangiata dei precedenti episodi: conserva un flavour metalcore, non eccedendo mai, e si giova di un break centrale melodico interessante. Sembra proprio insomma che ci sia diverso margine di crescita, perciò restiamo sintonizzati. Ah, i Five Finger Death Punch punteranno tantissimo sull’immagine, come potete vedere dal video. Beati loro che possono.

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Myspace

Anno 1966. I Rolling Stones sparano al numero uno sia delle classifiche inglesi che americane ‘Paint It Black’, raccontata dagli stessi come uno sforzo compositivo di gruppo, anche se come al solito sembra che sia il duo Richards-Jagger ad aver fatto partire la scintilla; al tempo il folle Brian Jones è ancora parte della band ed è lui a suonare il sitar nella celeberrima parte iniziale. Musicalmente parlando, si tratta di un singolo atipico, che incorpora melodie vagamente orientali, mentre il testo di Jagger è una sorta di lamento funebre per una ragazza scomparsa. Il pezzo diventa un instant classic che viene riproposto praticamente da subito da molti altri artisti (eseguire “cover” anche recenti fino agli anni ’70 era pratica comune, nda) e primo fra tutti ad ottenere dei consensi fu Eric Burdon e i suoi Animals. Se proprio volete farvi del male, ne esiste una versione completamente in idioma italico cantata da Caterina Caselli, chiamata ‘Tutto Nero’. E’ l’inizio di una sorta di tormentone: ormai in quarant’anni raggiungiamo un centinaio di rifacimenti, sia da studio che catturaie dal vivo, in tutti i dipartimenti del rock e naturalmente anche fuori. Per dire, l’ultima versione balzata agli onori della cronaca è quella di Vanessa Carlton. ‘Paint It Black’ poi, ha raggiunto notorietà aggiuntiva perché è stata scelta come chiusura di ‘Full Metal Jacket’ di Stanley Kubrick, dose poi rincarata negli States dalla serie televisiva sul Vietnam ‘A Tour Of Duty’, entrata ormai nell’immaginario collettivo. Ma noi partiamo come al solito con la versione originale:

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Non è propriamente questo quello di cui vogliamo parlare giusto? Ordunque, nel fosco mondo del metallone un pezzo con ‘black’ nel titolo è come una maglia degli Iron Maiden o la camera da letto di Lita Ford, prima o poi tutti ci sono passati. Ecco quindi che, stando larghi, si contano almeno trenta, trentacinque versioni diverse un po’ in tutti i generi. Su qualche bootleg sperduto sembrano esistere delle versioni live eseguite dai Deep Purple, oltre che qualcosa fatto dai Blue Oyster Cult e da una versione progressive, tutta strumentale, ad opera di Rick Wakeman, detto anche il tastierista degli Yes. Questa la dedico ai più pipparoli e old-fashioned fra di voi.

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Passiamo a qualcosa di più scorreggione, dai. Blackie Lawless, l’uomo nero dei WASP, ne incise una versione ai tempi del debutto, facilmente ritracciabile nelle ristampe in circolazione in questi anni.

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Ne esiste anche una versione dal primo disco degli Anvil, ‘Hard n’ Heavy’, cantata da un Lips piuttosto irriconoscibile che vi risparmio (e poi degli Anvil vi abbiamo già parlato qui, adesso non è che possiamo overdosarvi così, senza motivo). Vi beccate invece la versione power metal dei Vicious Rumors, url… cantata dal compianto Carl Albert, anno 1994, periodo ‘Word Of Mouth’ (che disco, ragazzi, che disco!)

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Passiamo a qualcosa di più estremo, di ancora più scorreggione, e andiamo a sentircene due versioni deathcore, metalcore, gheicore o come volete voi: The Black Dahlia Murder (agli inizi, pre-‘Unhallowed’) e The Agony Scene (già alla frutta, periodo qualsiasi): i primi sono praticamente brutal, i secondi sono già più pannocchiari.

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Non è certo finita, perché in campo estremo ma non troppo si contano una versione oscena dei The Accused (quelli con l’umlaut che pubblicarono il mitologico ‘Splatter Rock’, disco da 1 e 99 nei mailorder, album di cui ne esistono più copie forate che intere, ma come dico sempre, questa è un’altra storia), una più signorile dei Grip Inc. (periodo ‘Incorporated’) e una abbastanza recente degli Earth Crisis, da ‘Last Of The Sane’, che riesce ad annettersi perfino i breakdowns!

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Così per scelta, saltiamo a pié pari gli sfigatissimi Deadsy, scoria numetal scomparsa alla velocità della luce (qualcuno lì avrà anche visti live in svariati Family Values tour, il baraccone dei Korn che andava di moda un po’ di anni fa) e fiondiamoci sul metallo scuro e depresso. Ci hanno provato, con risultati medio/mediocri i Darkseed, ormai a fine cosa, su ‘Ultimate Darkness’ (pezzo poi edito solo in certe versioni del cd), nei ‘90 gli Inkubus Sukkubus (chi?) da registrare come unico tentativo metal e dintorni con voce femminile e di recente gli Angel Blake, una scheggia partita dalla deflagrazione dei The Crown. Il vocione di Tobias Jansson è un po’ da cantanti-sotto-la-doccia ma tutto sommato si è sentito di peggio.

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Ma non è finita, perché pure orchestrale, è stata rifatta! A parte tutti i cd da autogrill delle orchestre sinfoniche di Vattelapesca e dintorni, due sono le principali versioni archi-violini-oboe-marranzano: una da suicidio degli Apocalyptica (che tralasciamo) e la più celebre, abbastanza rielaborata, dei teteschidicermania Rage.

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Siamo quasi in chiusura, e andiamo verso i piani alti: con una intuizione degna dell’invasione dell’Eritrea, i Marduk anno satani duemila e qualcosa (esce sul boxed set ‘Blackcrowned’, detto lo scatolotto nero) si cimentano nel compito di far svenire Mick Jagger e, contrariamente a qualsiasi aspettativa, devo ammettere che il tutto ha un suo perché. I casi della vita.

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Ma niente da fare, i pittati svedesi cedono il passo, almeno ad opinione del sottoscritto, ai The Unseen, punk band di protesta che è riuscita secondo me a registrare la versione migliore, catturandone uno spirito secondo me perfettamente bilanciato fra rabbia e malinconia. Ma ovviamente, ognuno di voi avrà la sua versione preferita…

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La carrellata stavolta è stata molto lunga, e volendo non sarebbe nemmeno conclusa, visto che ne esistono molte altre versioni: una di classe dei geniali canadesi The Tea Party (la rock band più sottovalutata del pianete, direi), una degli Anti-Nowhere League (‘So What?’ vi dice niente? Ecco…), una dei Panzer X (progetto all-star polacco con membri di Decapitated e Vader) e molte, molte altre ancora… d’altronde, stiamo parlando di classici all-time… mica di ‘Tutto Nero’ di Caterina Caselli!

E come al solito, concludiamo con una serie di myspace, così magari scoprite qualche nuova band che magari vi era sfuggita:

Rick Wakeman / Grip. Inc. / Inkubus Sukkubus / WASP / Anvil / Apocalyptica / Anti Nowhere League /Angel BlakeDarkseed / Deadsy / Earth Crisis / Marduk / The Unseen / The Tea Party / Vicious Rumors / Rage / The Accused / The Agony Scene / The Black Dahlia Murder

Martelliamo i timpani ai lettori con delle robba buona. Come facevano i diggei d’altri tempi, che i singoli di successo li inventavano loro. Tipo John Peel. Tipo Adrian Cronauer. Tipo Oreste di Radio Piadina 97.5 solo-per-voi-creature-della-notte-romagnola, socmel.

Partiamo con una possibile next big thing:  Vains Of Jenna. Notati da Bam Marghera e infilati nella sua Viva La Bands, sono stati presi sotto l’ala protettrice di Steve Rachelle dei Tuff. Il primo album era così così, ma su palco sembrano rompere culi su culi. Il nuovo è in arrivo. E questa qui la voglio al mio funerale, più tardi possibile, of course.

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Proseguiamo con una next big thing che il suo treno probabilmente ormai l’ha perso, i Crashdiet (c’è una umlaut da qualche parte, ma non ho il coraggio, scusate). Dicevamo: fuori tempo massimo, ma questo non toglie che quando rockavano e rollavano con Dave Lepard alla voce pubblicarono ‘Rest In Sleaze’ che era un disco che ti gasava così tanto che nemmeno un bidone di Sprite che rotola giù per una scarpata. Bei tempi.

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Rafforziamo con i classici che è sempre il caso di ripassare. Il terzo singolo dell’ultimo Backyard Babies. IL singolo. LA canzone. Dregen TVVVVVVVTTTTTTB. Sei la versione abbandonata in discarica di Jack Sparrow. Smack.

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Finiamo con un gruppo piuttosto nuovo, poco originale, magari limitatamente interessante. Ma nel video è pieno di culi così. E a noi i culi piacciono. E anche la musica, a dirla tutta. Loro sono i Dirty Penny, che qualcosa da dire potrebbero averla, a pensarci bene: sentiremo su ‘Young And Reckless’, in uscita fra meno di un mese. Magari ci scappa anche qualche altro video notevole. Buttalo via.

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Vains Of Jenna Myspace

Crashdiet Myspace

Backyard Babies Myspace

Dirty Penny Myspace

Lascio al video qui sotto il compito di presentarvi gli Psychopunch, quartetto svedese con all’attivo una cosa come sette studio-album e una sfilza di ep e singoli vari:

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Ecco, questi erano gli Psychopunch di ‘Moonlight City’ (2008). Visti così mi hanno subito fatto una gran tenerezza: mignotte a parte, per porsi in questo modo ci vuole una bella faccia tosta, una genuina voglia di esserci sempre e comunque che non ha niente da spartire con le porcherie messe in circolo dall’agguerritissima concorrenza (un esempio su tutti). Scavando più in profondità si scopre però una più che onesta punk-rock band, musicalmente una sorta di anello mancante tra le indomabili scorribande dei The Bones e il polveroso feeling rock’n'roll dei mai troppo compianti Gluecifer.Death by misadventure Il nuovissimo ‘Death By Misadventure’ poco si discosta da questa rodatissima formula, anche se stavolta dobbiamo registrare un piccolo ma significativo cambio di rotta. Semplicemente, ‘Death By Misadventure’ è il disco più rock’n'roll mai partorito da JM e compagni: le influenze punk, ancora piuttosto rumorose (’Wheels Of Destruction’, ‘Under The Influence’), stanno lentamente lasciando spazio a ritornelli più curati e aggraziati, mentre fanno capolino una manciata di brani nei quali si respira una certa malinconia di fondo (’Before The World Goes Down’ su tutti), ben accompagnata dall’incurabile raucedine di JM e dall’ottimo lavoro svolto dalle due chitarre. Chitarre che hanno modo di volteggiare liberamente, citando i vicini di ombrellone The Hellacopters nel caso di ‘Without You There’ e ‘Lost Highway’, oppure appoggiandosi, di tanto in tanto, alla nave-scuola Lemmy (’All Through The Night’), questo senza mai dimenticare la proprie radici melo-scandinave. Detta in altri termini, gli Psychopunch, dopo aver frequentato un mare di tette siliconate e posti poco raccomandabili per circa un decennio, stanno cercando di darsi un tono (vedi foto). Direi che non c’è male, poi fate voi.

psycho

Ps: quasi dimenticavo… ‘Death By Misadventure’ è un doppio album, composto dalla bellezza di diciotto brani. E’ come se i Dismember si mettessero a fare un concept sulle erbe medicinali. Fa una strana impressione… io vi ho avvertiti.

70/100

Myspace band

Myspace label

a qualcuno viene pure in mente che gli anni ’80 non erano così male, perché in fondo si trattava di grandi melodie

Corre l’anno 1984 e un trio a nome Bronski Beat scala le classifiche inglesi con un singolo di debutto, ‘Small Town Boy’, che si piazza al numero tre. Il falsetto del singer Jimmy Sommerville si stampa nelle orecchie di mezzo mondo e ben presto tutti si rendono conto qual è la tematica del pezzo: l’omosessualità. Ne circola anche un video, con lo stesso Sommerville che interpreta il ruolo del protagonista, il ragazzo di campagna aggredito da coeatanei omofobi. Il titolo del disco è  ‘The Age Of Consent’ e si riferisce in maniera polemica alle varie leggi sull’età minima per gli atti omosessuali. Sì insomma, è palese che i tre Bronski Beat trattano tematiche decisamente da froc.. ehm… omosessuali. Come dire, il mondo del metallo non se ne accorge nemmeno (giustamente), visto che nell’84 eravamo tutti occupati a spipponarci con ‘Powerslave’, ‘Perfect Strangers’, ‘Ample Destruction’ e ‘ Defenders Of The Faith’ (altrettanto giustamente). Passano gli anni, tutti invecchiano, Sommerville lascia i Bronski Beat, il mondo del metallo scopre che a Rob Halford piace la fava (ma glielo si perdona quando rientra nei Judas) e a qualcuno viene pure in mente che gli anni ’80 non erano così male, perché in fondo si trattava di grandi melodie (e basta solo metterci due chitarre sotto). Nel frattempo ‘Smalltown Boy’ è rimasto uno dei grandi inni di quel periodo e così, vuoi mai, pure il trucido mondo del metallo decide di riproporlo. Ma andiamo per ordine, eccovi la versione originale:

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Di cover a tutt’oggi, propriamente metal o almeno hard se ne contano quattro principali, in attesa di essere smentito per essermi dimencato il 7 pollici rosso dei Disgusting Infiocination. Comunque: i primi a provarci sono i tedeschi Depressive Age (chi?), thrash band molto particolare che mostrava un anelito notevole verso la malinconia e la modernità. E di fatti non andarono da nessuna parte (non molto giustamente, qualcosa di buono c’era). ‘Smalltown Boy’ è il titolo del loro ep del 1997 e al tempo ne venne girato anche un video. Peccato che il vocione del singer Jan nel ritornello sia da ridergli in faccia. Ma non diteglielo.

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Passano tre o quattro anni così, come se niente fosse e un altro gruppo al tempo impestato di frocismo Depeche Mode e mascarone anni ’80, i Paradise Lost, decide di registrarla ed includerla come bonus del disco ‘Symbol Of Life’, detto anche il ciddì con lo scarabocchio arancione in copertina. I Paradise Lost in questi anni non se li fila quasi più nessuno dopo la debacle di ‘Host’, e così il tutto passa anche un po’ inosservato. Male, perché la cover è forse la migliore tutte.

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Torniamo un po’ indietro: anno 1997, mentre i Depressive Age registrano la loro versione, c’è un altro gruppo flippatissimo per gli ’80 synth pop, i tedeschi Atrocity, che difatti pubblicano il loro amato/odiato ‘Werk 80’, ovvero il disco con le zozze in copertina. Per loro non è questo il momento di includere ‘Smalltown Boy’, ma è solo questione di tempo perché il tutto avviene con il seguito ‘Werk 80 II’, ovvero il disco con LA zozza in copertina, anno 2008 e Dita Von Teese sulla cover che ti guarda un po’ così. Cielo mi sono inumidito le mutande. Il problema è uno solo: gli Atrocity e il buon gusto hanno sempre avuto un rapporto difficile e tutto questo sinfonico, voci femminili, tastiere, chitarroni, iperproduzione e ampio parcheggio allontanano di molto lo spirito intimista dell’originale. No bello.

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E siamo a tre. Da segnalare, per i più borderline di voi (come se un articolo come questo non fosse già fin troppo borderline di suo, ma vabbè) la versione tutta tricolore dei The Fire, ovvero Olly degli Shandon più vari membri dei Madbones, ovvero una punk rock band di buon successo che ha deciso di registrare ancora una volta questo classico. E c’è pure un video ufficiale.

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Ovviamente in attesa dei prossimi eroi che si cimenteranno. Se volete saperne di più dei gruppi citati, o se più semplicemente vi piace la fava, eccovi un po’ di link gustosi gustosi.

Depressive Age Myspace

Paradise Lost Myspace

Atrocity Myspace

The Fire Myspace

Il suo porco perché ci deve pur essere.

A volte la vita. Uno è lì, tranquillo che si cerca i suoi bei video di Carmella Bing mentre si ascolta l’ultimo Fleshgod Apocalypse e bam!, forse confuso dai due estremi, finisce sul myspace degli Halestorm. Quelli pirate-metal? Ma mi faccia il piacere, mi faccia… gli Halestorm, con una acca in più rispetto ai quasi omonimi scozzesi, sono una band proveniente dalla Pennsylvania, capitanati da quella scossa a 220 di Lzzy Hale (eggià, senza la i) che ha pubblicato il proprio debutto nell’Aprile di quest’anno. Tanto underground non sono, anzi. Sono finiti dritti a debuttare per la Atlantic, dopo essere stati diversi anni in tour con nomi del calibro di Shinedown, Seether e altri del panorama fm rock. Che dire: siamo in pieno Hinder/Nickelback/Creed style, con un amore malcelato per l’hard anni ‘80. Gli Halestorm sono puliti, precisi, leccati e iperprodotti come si deve e di strada di sicuro ne faranno. D’altronde, se a Vik sono venute due erezioni di fila nella stessa sera, il suo porco perché ci deve pur essere. E ve lo facciamo vedere subito, questo porco perché:

Adesso vado a buttare un po’ d’acqua fredda in faccia a Vik. Appena rinviene, ci risentiamo per la recensione dell’album. Sono troppo vecchio per queste cose (cit.)

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