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siamo di fronte alla miglior copia-carbone dei primi Mercyful Fate, quelli dell’uno-due storico ‘Melissa’ e ‘Don’t Break The Oath’.
In attesa di nuovi nomi da segnalarvi (uno su tutti, gli Helvetets Port semplicemente commoventi, di cui abbiamo già anticipato qualcosa qui)
concludiamo per un po’ la nostra carrellata di questa nuova ondata di old-metal con gli svedesi Portrait, i più intrippati con il recupero dei Mercyful Fate. ‘Portrait’, il loro debutto auto intitolato, è sulla piccola Iron Kodex, etichetta di cui sentiremo sicuramente riparlare in fatto di retro-metal (un nome su tutti: Atlantean Codex, ma anche qui ne riparleremo). C’è poco da dire sul quintetto svedese, in fondo, se non che siamo di fronte alla miglior copia-carbone dei primi Mercyful Fate, quelli dell’uno-due storico ‘Melissa’ e ‘Don’t Break The Oath’. Atmosfere sulfuree, ripartenze improvvise, chitarre squillanti e serrate ma soprattutto la voce demoniaca spesso in falsetto di Philip Svennefelt, veramente vicino all’originale King danese. ‘Hell’, la tirata ‘A Thousand Nightmares’ e ‘Bow Unto The Devil’ sono solo tre dei momenti più riusciti di un platter altamente derivativo ma che possiede una sfrontatezza notevolissima e un candore che di questi tempi è ancora utile. Il risultato è buono, ma per onor di cronaca è giusto notare che il singer Philip ha già lasciato la baracca per raggiungere gli Helvetets Port e il suo sostituto Per Karlsson, già visto con i rientrati Overdrive, potrebbe non essere all’altezza. Vedremo. In caso di problemi, potremo sempre divertirci a riascoltare questo piccolo rigurgito infernale come non se ne sentono poi molti.
75/100
Senza parole. Come le barzellette. Sono due giorni che piango. Di gioia. Di incoscienza. Vi parlerò di loro un giorno, forse lontano. Per ora è sufficiente così. Perché il mondo è ancora un bel posto, se ci sono gli Helvetets Port.

E’ abbastanza immediato ripensare ad acts come Blacklace, Acid, Bitch, Hellion o i più celebri Warlock.
Sputati fuori da quel movimento tradizionalista trentino che negli ultimi anni ha smosso parecchio le acque su nelle montagne italiche, i Sign Of The Jackal nascono sotto il segno dell’underground ottantiano, sia per musica che per attitudine. In formazione spiccano due membri dei già noti thrashers National Suicide, mentre alla voce troviamo la giovane Laura che si esibisce in un cantato grintoso e decisamente old-fashioned. E’ abbastanza immediato ripensare
ad acts come Blacklace, Acid, Bitch, Hellion o i più celebri Warlock, anche se musicalmente i nostri non sembrano rincorrere alcun modello preciso, ma piuttosto riprendere un modo di intendere la musica nel suo complesso: heavy metal intriso di influenze hard. Notevolissime le chitarre, nitide e precise, con dei solos veramente ben fatti; semaforo giallo invece talvolta per la voce della singer Laura a cui di sicuro non manca la grinta ma forse un po’ di mestiere sì. Comunque sia, per la stragrande maggioranza delle metal queens dei tempi d’oro non è mai stata necessaria una grande ugola perciò confidiamo in qualche miglioramento nei prossimi prodotti. Da notare sicuramente la cura del concept creato attorno al gruppo, tutto intriso di horror anni ’80. I nostri hanno pubblicato un solo promozionale di due pezzi più relative intros e quasi tutto è disponibile sul loro space (il promo è stato stampato in 100 copie cdr e 36 in cassetta ed è sold-out, alla faccia dell’attitudine underground). A quanto mi pare di capire, sembrano essersi intensificati i contatti con l’americana Heavy Artillery, già label degli speedsters Enforcer. Notevoli, insomma, anche deliziosamente imperfetti come è stato per le female-fronted band degli anni d’oro. Attendiamo sviluppi.
Come è possibile descrivere la new wave of british heavy metal? Pensateci un attimo, stiamo parlando di un movimento musicale che in un ristretto arco di anni (fine ‘70 – seconda metà degli ‘80) assommò dentro di sé estremi

I mitologici e sporcaccioni Witchfinder General
non da poco, band diametralmente opposte; sotto la stessa etichetta infatti figuravano band esoteriche come Angel Witch, Witchfynde, Pagan Altar, presunti satanisti punkettari e anarcoidi come i Venom, velleitarie truppe yankee come Def Leppard, Fastway, Wratchild, eterni indecisi su che piega prendere come Saxon e Diamond Head, sgualdrine della mala come Girlschool, Rock Goddess e Oral, berserker dell’amplificatore come Tank e Raven, leviatani del metal come gli Iron Maiden… Eppure tutti lì, riuniti sotto quell’acronimo impronunciabile. E allora? In un’intervista, a proposito del recondito segreto e significato della nwobhm, Montalo (chitarrista dei Witchfynde e non un personaggio di Montagnani in qualche sexy commedia di supplenti in guepierre) ebbe a rispondere:
“Credo abbia a che fare con il background operaio dal quale la musica metal ha origine. Era una sorta di ribellione contro le grandi major discografiche e le compagnie di produzione, ribellione sorta parallelamente alla nascita del movimento punk. Le band uscivano allo scoperto, andavano avanti in modo autonomo, facendo le cose per proprio conto, quasi in spregio del music business. Questo donò alla musica un background ribelle e selvaggio che si adattava perfettamente al nostro approccio.”
Heritage
Compito più arduo come prima escursione in ambito nwobhm non potevo assegnarmelo. Che ci voleva a sguazzare nelle nutrite discografie di Iron Maiden, Venom o Def Leppard, note anche come le band che “ce l’hanno fatta”? Già,

Strange Place To Be (7")
infatti il movimento nwobhm pare un concentrato di sfighe, anonimato, potenzialità inespresse e disastri finanziari come pochi altri se ne sono visti nel panorama musicale da Johan Sebastian Bach in poi (e non mi riferisco a quello con più coca nel musetto che in frigo). Eccoci qui con gli Heritage ed il loro unico disco “Remorse Code”, se si eccettua il singolo anticipatore “Strange Place To Be” (lato B: “Misunderstood”), 7” edito da Rondelet nel 1981. “Remorse Code” viene pubblicato nel 1982, poi la label fallisce e la band muore. Stop. Fine del passaggio della cometa Heritage nell’universo-mondo musicale. Già, ma al cuore non si comanda, e nonostante tanta esigua brevità e concisione di intenti, un semplice album può rimanere negli affetti più intimi di un vecchio rocker d’antan. Tra singolo e debut/defunt album gli Heritage riescono pure a trovare il tempo di rivoluzionare completamente la line-up, da 5 diventano 4, e l’unico sopravvissuto allo sterminio è il chitarrista Steve Johnson. Niente cantante e le linee vocali vengono spartite tra i vari membri.
Raccontata così pare l’epopea di un qualunque insignificante e periferico rock album dei lontanissimi e polverosi eighties. E invece, non si capisce bene per quale motivo, tra questi solchi alberga una delle più strabilianti e meravigliose perle della nwobhm. Qui non c’è la gloria di “Run To The Hills” o l’irruenza di “Wratchild”, non troverete

Remorse Code (CD/LP)
la malizia sbarazzina di “Hello America” né la turpitudine di “One Thousand Days In Sodom”; gli Heritage non hanno sconvolto le platee di mezzo mondo, e tuttavia è commovente constatare quanto la mancata pioggia di lustri e lustrini sia del tutto indipendente dal valore espresso dalla band anche in un unico album. Cifra peculiare degli Heritage è la predilezione per fraseggi acustici e malinconici, accolti da una morbidezza di fondo ed uno spiccato senso della melodia che però in nessun caso tolgono maschio valore al sound dei figli d’Albione.
Questo platter sublima forse l’intero senso più vero e profondo della nwobhm, per citare Montalo … una manciata di anonimi “operai” del pentagramma, senza passato e senza futuro, mossi unicamente da autentica passione e dedizione, abbattuti e sconfitti dal destino ancor prima di imbracciare gli strumenti, eppure in grado di eternarsi per tutti coloro che hanno avuto e avranno la voglia di scommetterci su, rivolgendo il proprio tempo all’ascolto del loro sudato lavoro.
Giusto per stemperare tanto epos….qualche informazione utile: la versione di “Strange Place To Be” presente sull’album è differente da quella del 7”, infatti venne riregistrata per l’occasione, mentre “Misunderstood” non compare proprio su “Remorse Code”. Nel 1996 British Steel Records stampa su CD albume singolo insieme. Paul “Fasker” Johnson, bassista su “Remorse Code”, è fratello di Steve, il quale a sua volta finirà negli USI di Steve Dawson, quello dei Saxon. E proprio i Saxon, abbandonati da Dawson recluteranno Johnson, accreditandolo su “Rock The Nations” (le cui linee di basso invece sono suonate da Biff Byford). Su “Destiny Paul ci suonerà davvero, ma poi abbandonerà la band in mezzo al tour.
Notevolissimo il rifferama di base, variegato ma ma complicato, con una grande attenzione anche per i solos e gli arrangiamenti.
A seguito del singolo di fine 2008, gli svedesi In Solitude arrivano al debutto con questo platter auto intitolato di otto
pezzi. Uscito prima in vinile per la High Roller, è stato diffuso subito dalla tedesca Pure Steel in versione cd. I nostri sono una delle bellissime sorprese del retro-metal che la penisola scandinava ci ha riservato e ci vuole molto poco per comprendere i padri putativi dei nostri: Mercyful Fate, Iron Maiden, ma anche Witchfynde e Angel Witch. I primi sono i più evidenti forse, ma ad ascoltare e riascoltare le otto tracce di ‘In Solitude’ emerge prepotentemente anche il modus-operandi dei citati NWOBHM-acts. Il singer Pelle Ahman infatti non si sforza di correre dietro a tutti i costi a chissà quale tonalità alla King Diamond e tutto il resto della band, allo stesso modo, si concede un minimo di spazio strutturale, inventando qualche soluzione veramente piacevole. Siamo sempre nel territorio dell’ old-metal, ma i nostri hanno sufficiente mano per divincolarsi con eleganza dagli illustri predecessori. Notevolissimo il rifferama di base (’Kathedral’ è proprio una bomba), variegato ma ma complicato, con una grande attenzione anche per i solos e gli arrangiamenti. Promossi a pieni voti perciò gli In Solitude e il loro metallo ossianico. A risentirci per un follow-up, visto che secondo me c’è ancora margine di crescita.
80/100
E’ un bel melting pot, quello dei RAM, che non raggiunge mai vette, ma che non delude nemmeno mai completamente.
Secondo disco per gli svedesi RAM in una decade di attività, dopo ben quattro anni dal debutto. In questo revival di
sonorità old-school, i RAM sembrano essere la band più “ragionata” del branco di nuove leve sguinzagliato di recente nel mondo del metal (anche se ripeto, dopo dieci anni di attività, seppur minima, i nostri non sono proprio dei giovincelli come possono essere altre bands in voga di recente). ‘Lightbringer’ oltretutto si distanzia abbastanza da tutte le release di old-metal recenti (Wolf, Enforcer, Armour, In Solitude) per la sua stessa struttura. I RAM infatti pescano a piene mani dal metal americano della seconda metà degli Ottanta, oltre che dagli ovvi classici europei (Judas Priest, Iron Maiden, Mercyful Fate): è tangibile l’apporto di gruppi come Crimson Glory, Jag Panzer medio periodo, Cage e gli Iced Earth dei primi dischi. Il suono di ‘Lightbringer’ è piuttosto freddo, metallico, guidato dall’ugola del singer Oscar Carlquist che si esprime veramente al meglio (anche se con qualche riverbero tipicamente Midnight) e gigioneggia pure verso un registro Mercyful Fate, ogni tanto. Altro elemento distintivo dei RAM sono le strutture dei brani, sempre piuttosto complesse e di derivazione Shermann/Denner, che raggiungono i nove minuti di ‘Suomussalmi’ e si esprimono in maniera decisamente epica in ‘Ghost Pilot II’ e ‘Awakening The Chimaera’. E’ un bel melting pot, quello dei RAM, che non raggiunge mai vette, ma che non delude nemmeno mai completamente. Alla fine di ripetuti ascolti a ‘Lightbringer’ manca sempre qualcosa per essere definito un dico completamente riuscito, ma ci sono dei discreti margini in ogni settore, a partire da quello della fluidità, che riesce a miscelare per bene tante influenze diverse, senza far mai apparire i RAM come cloni di qualche grande nome in particolare. Da risentire, magari non fra altri quattro o cinque anni.
70/100
la loro versione del metal anni 80 è piuttosto liscia, scevra da qualsiasi contaminazione epic o speed e tendente all’oscurità di alcuni passaggi
Emersi dalle ceneri di una doom band rimasta sempre molto undeground, i Goat Horn, i Cauldron sono una formazione
che debutta in grandissimo stile su Earache, ormai sempre più lanciata verso un recupero indiscriminato del passato metallico (e ne avremmo da discutere, sulle scelte della label inglese…). I tre personaggi, canadesi, si esibiscono in un heavy metal in pieno stile anni 80, abbastanza particolare per quanto riguarda le influenze. E’ molto comune infatti, in questo revival di metallone classico, imbattersi in gruppi che prendono sfacciatamente da questo o quel mentore. I Cauldron invece aggirano l’ostacolo e si creano uno stile piuttosto personale. Per inquadrarli meglio potremmo dire che la loro versione è piuttosto liscia, scevra da qualsiasi contaminazione epic o speed (se escludiamo la comunque riuscita ‘Dreams Die Young’), tendente all’oscurità di alcuni passaggi (‘’The Leaven/Fermenting Enchantress’ è proprio heavy/doom), mentre in altri come strutture sembra di risentire i Dokken o gli Stryper degli esordi. Il resto sono ovviamente suggestioni, tocchi qua e là di Mercyful Fate, i Judas Priest primo periodo e altro ancora, ma come detto non si ricalcano mai pedissequamente i grandi nomi. Buone le melodie nonostante gli evidenti limiti vocali del leader Jason Decay (‘Chained Up In Chains’ è proprio un bel singolo) e buono anche il suono, non troppo aggressivo all’inizio e per questo piacevole con il proseguire degli ascolti. Insomma ‘Chained To The Night’ si presenta fin da subito come autore di una strada propria. Vedremo dove ci condurranno i Cauldron. Dal parrucchiere spero di no, perché non mi sento ancora pronto per un taglio anni 80.
75/100
le capacità dei nostri includono rimandi anche ad Exciter, Mercyful Fate, Judas Priest, Savage Grace o Angel witch.
Ma pensa. A vederla dalla copertina e dal logo, ho davvero pensato che questa fosse una ristampa di qualche
sconosciuta band anni 80. L’unica cosa che tradisce gli Enforcer è una registrazione troppo pulita, anche se non è il caso di aspettarsi nulla di eccezionalmente moderno. Ma andiamo per ordine: gli Enforcer sono una (molto) giovane band svedese che ci offre un heavy/speed come funzionava giusto venti, venticinque anni fa. Puliti, piuttosto melodici, gli Enforcer sembrano conoscere molto bene questo stile musicale, al punto che l’omaggio molto spesso diventa così sentito da non poter non entusiasmare. Altra caratteristica notevole di ‘Into The Night’ è l’importanza data al basso che richiama più e più volte gli Iron Maiden dei bei tempi andati, modello primi due/tre dischi: tanto per dire, ‘City Lights’ entusiasma tanto quanto ‘Transylvania’, l’opener ‘Black Angel’ sembra uscita da ‘Killers’. Ma non è finita qui, perché le capacità dei nostri includono rimandi anche ad Exciter, Mercyful Fate, Judas Priest, Savage Grace o Angel witch. In definitiva ‘Into The Night’ scorre piacevolissimamente, aiutato da dei suoni veramente squillanti e da una sfrontatezza sufficiente a rendere l’omaggio degli Enforcer credibile. ‘Into The night’ è un debutto sorprendente, che lascia spazio a delle aspettative rosee per il futuro. Spero solo che all’Upim non si rimettano a vendere i pantaloni a righe bianche e nere. Altrimenti siamo tutti fottuti.
80/100
Li conoscete gli Anvil? Sì dai, quelli di ‘Metal On Metal’, canadesi… no eh? Beh cari nerds, questa band d’oltreoceano
era ready to explode, nella prima metà degli 80’s… essì perché dopo, vuoi per dei dischi meno ispirati, vuoi per le solite scelte sbagliate, sono diventati culto e di conseguenza dimenticati. Triste storia quella di Steve “Lips” Kudlow e di Robb Reiner, due metallari che in piena gioventù hanno condiviso palchi con Whitesnake, Scorpions e che tutt’ora vengono citati e incensati da gente come Slash, Lars Ulrich, Tom Araya e Lemmy, sti chizzi insomma…
Bene, il documentario in questione inizia proprio così: per i primi quattro minuti scorrono immagini dei gloriosi anni 80 ed interviste ai succitati bigs della musica dura, poi c’è un drastico cambio spazio/temporale: Lips e Reiner nell’inverno canadese, cinquantenni, che vanno al lavoro ed iniziano a parlare del loro fallimento. Una tristezza enorme.
Il documentario è fatto davvero bene, i due superstiti sono molto simpatici, umani e ricchi di entusiasmo e gli aneddoti raccolti su questo ‘The Story Of Anvil’ sono tantissimi e tutti contenenti vari umori e sfumature; si va da un tour europeo sostanzialmente fallimentare, coordinato dalla manager Tiziana Arrigoni (che ci regala una significativa porzione di bestemmie), al viaggio verso Dover (Inghilterra) per registrare il loro ultimo lavoro ‘This Is Thirteen’ negli studios di Chris Tsangarides, produttore che lavorò con Black Sabbath, Judas Priest e con gli stessi Anvil. Il disco, uscito nel 2007, non ha destato l’interesse di nessuna etichetta e solo quest’anno è stato ristampato dalla VH1 Classic Records. Ok, mi fermo qua. Il resto del documentario voglio che ve lo gustiate con attenzione, ne vale davvero la pena. Tra commoventi interviste agli “Anvil parenti”, il generale feeling di rimorsi, speranza, passione e la struggente amicizia tra Lips e Reiner hanno tutto il potenziale di far battere forte i vostri cuoricini metallici. A me, lo ammetto, è scesa anche una lacrimuccia (of steel).
90/100

Qualche nota aggiuntiva per inquadrare meglio il prodotto: ‘The Story Of Anvil’ non è un documentario edito su un qualsiasi DVD musicale, ma è un vero e proprio film. Diretto da Sascha Gervasi, ex-roadie della band e ora sceneggiatore di successo (’The Terminal’ di Steven Spielberg, per esempio), il film è stato presentato al Sundance Festival (l’arcinoto festival del cinema indipendente di proprietà di Robert Redford) e ha raccolto, da allora, una marea di critiche positive. Rotten Tomatoes, bibbia delle recensioni cinematografiche, gli ha assegnato un punteggio del 98% su circa un centinaio di recensioni raccolte. Tanto per darvi un’idea il celebratissimo ‘The Dark Knight’ di Christopher Nolan raggiunge un 94%, ‘Gangs Of New York’ di Scorsese un 76% e ‘Saw 5′ arriva al 15% (anche se per fare in confronti bisogna sempre tenere d’occhio il numero delle recensioni raccolte). Buffo notare come tutti i critici cinematografici paragonino il lungometraggio con l’ormai mitologico ‘This Is Spinal Tap’, alcuni non comprendendo fino in fondo che l’illustre predecessore era un mockumentary, ovvero una parodia del mondo delle rock bands e gli Spinal Tap furono “inventati” apposta (anche se poi si materializzarono davvero, ma questa è un’altra storia), mentre The story of Anvil è un documentario vero e proprio e le persone, i fatti e soprattutto i dischi pubblicati sono tutti reali. Se mi si è commosso il nostro trve extreme metaller black death, un suo perché in questo film ci deve pur essere. (benzo)
emerge prepotente lo stile us-power metal e non si riesce a far a meno di paragonare il singolo ‘Counting Zeros’ con i vecchi Queensryche
Ormai facciamo prima a recensire i gruppi che non si sono riuniti. Vabbè. I Sacred Oath sono dei minor-heroes
del metallo ammeregano degli anni che conta(va)no e ‘A Crystal Vision’ del 1987 è considerato una sorta di disco-culto. Nella bio, si auto-definiscono grosso modo così: ‘Sacred Oath has long been recognized in the heavy metal underground as one of the pioneers of the American power metal movement that began back in 1985’ che, per quelli di voi che durante l’ora di inglese si leggevano la Gazzetta vuol dire grosso modo che nel 1985 i Sacred Oath per strada li salutavano tutti, le tope gli lanciavano i bigliettini coi numeri di telefono e se c’avevano bisogno di duecento dollari era pieno di musicisti della scena power metal ammeregana che glieli allungavano così, senza nemmeno insistere troppo. Il problema è che di solito, dopo queste cose, ci si sveglia nel letto in un bagno di sudore e un po’ delusi. E infatti dopo ‘A Crystal Vision’, del 1987, edito dalla, aspetta, Mercenary Records (ah già! Come non ricordarsela!) i nostri dovettero trovarsi un lavoro al più presto. Peccato, c’erano quasi. Sia come sia, qualche anno fa la clamorosa reunion, un disco su Sentinel Steel (che qualche anno prima si era curata di ristampare, in una bellissima versione, l’introvabile debutto), una manciata di date nel vecchio continente (chi ha detto Keep It True? E dove sennò?) ed ora questo nuovo, auto intitolato terzo full-lenght. Ma, in definitiva, che ci raccontano i Sacred Oath? Ci raccontano che, anche se non sono mai stati nessuno, a suonare ce la sanno. ‘A Crystal Vision’ era davvero un bel disco di us-power metal, scuro e progressivo quanto basta, ma altrettanto violento e ficcante. I paragoni sono grosso modo sempre quelli, ovvero primi Queensryche, Metal Church, Mercyful Fate e tante tentazioni thrash, senza mai però premere davvero il piede sull’acceleratore. Il mainman di sempre dei Sacred Oath, Rob Thorne (al secolo Rob Volpintesta, con qualche parente dalle parti di Cerignola ad occhio e croce) un po’ di mano ce l’aveva davvero nella stesura di pezzi che funzionano ancora oggi, dopo tanti anni. E badate bene, se mi conoscete, sapete che sono amante di un certo metallone impolverato, ma non le ho mai risparmiate a nessuno. Il loro rientro del 2007 è stato da sorriso compiaciuto ma altrettanto dimenticabile dopo qualche ascolto, in un mercato come quello odierno infestato da uscite a ritmi ormai orari. ‘Sacred Oath’ invece è una bella sorpresa per gli amanti del metal tradizionale, al di là di qualsiasi ironia. Lo stile è grosso modo rimasto immutato, anche se rispetto al passato ci sono notevoli sprazzi di modernità nel songwriting. In qualche momento, per il piglio, mi ha ricordato il King Diamond degli album più atipici o una versione altamente hard del classic metal americano standard. Per il resto, emerge prepotente lo stile us-power metal e non si riesce a far a meno di paragonare il singolo ‘Counting Zeros’ con i vecchi Queensryche. Esaltante è l’opener aggressiva e maideniana ‘Paradise Lost’, buona è anche la rockeggiante ‘High And Mighty’ al fianco della aggressiva ‘Caught In The Arc’ (echi di Metal Church qui) e da citare è anche la più tradizionalista auto intitolata ‘Sacred Oath’. Nel complesso comunque tutto il platter si lascia ascoltare, classico ma non troppo, sorretto da una produzione azzeccatissima e da arrangiamenti precisi e puntuali. Così, pour parler, ‘Sacred Oath’ potrebbe essere quel disco “classicamente moderno” che Lizzy Borden non è mai riuscito a fare sia con ‘Deal With The Devil’ o con l’ultimo, ancora una volta, deludente ‘Appointment With Death’. E’ inutile, i gruppi sfigati sono sempre i migliori. Vai Robertone Volpintesta, facce sognà. A me e a quegli altri venticinque che ti conoscono.
75/100