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un disco per fan di del doom energico, degli Opeth, del dark sound
Ormai Paul Kuhr ha il pilota automatico. D’altronde, i Novembers Doom esistono da un vita (ed esordirono per la
nostrana Avantgarde, al tempo) e il nostro ha avuto tutto il tempo di spaziare all’interno dei filoni del death/doom (con qualche tentazione più particolare, ogni qual tanto). ‘Into Night’s Requiem Infernal’ è il settimo studio-album per la band americana che, per chi li seguisse già da un po’, prosegue il percorso di lavori come ‘The Pale Haunt Departure’ e ‘The Novella Reservoir’. Non si tratta comunque di un clone, visto che rispetto ai predecessori ‘Into Night’s Requiem Infernal’ è molto lineare, diretto e concentrato. Meno rabbioso di ‘Umbrella’, meno complesso di ‘Departure’, questo lotto di canzoni si nutre di suggestioni tipicamente Opeth, intessendole di rimandi a My Dying Bride o Saturnus. L’atmosfera di ‘Requiem’ è oscura (‘A Eulogy For The Living Lost’), talvolta malinconica e piena di rimorsi (‘The Fifth Day Of March’ e ‘When Desperation Fills The Void’), altre volte ancora feroce (‘Lazarus Regret’). E’ sempre comunque adeguata, ben strutturata, ottimamente arrangiata, pur non eccellendo mai in originalità. E’ un po’ il destino di Paul Kuhr, quello di essere un genio di seconda fascia, che ha sempre avuto bisogno dell’input dei grandi ma che si è anche difeso molto bene in fatto di interpretazioni personali. ‘Into Night’s Requiem Infernal’ è esattamente questo: un disco per fan di del doom energico, degli Opeth, del dark sound e soprattutto, della buona musica. Regolarmente di qualità, ormai, come le piccole sicurezze della vita.
80/100
a qualcuno viene pure in mente che gli anni ’80 non erano così male, perché in fondo si trattava di grandi melodie
Corre l’anno 1984 e un trio a nome Bronski Beat scala le classifiche inglesi con un singolo di debutto, ‘Small Town Boy’, che si piazza al numero tre. Il falsetto del singer Jimmy Sommerville si stampa nelle orecchie di mezzo mondo e ben presto tutti si rendono conto qual è la tematica del pezzo: l’omosessualità. Ne circola anche un video, con lo stesso Sommerville che interpreta il ruolo del protagonista, il ragazzo di campagna aggredito da coeatanei omofobi. Il titolo del disco è ‘The Age Of Consent’ e si riferisce in maniera polemica alle varie leggi sull’età minima per gli atti omosessuali. Sì insomma, è palese che i tre Bronski Beat trattano tematiche decisamente da froc.. ehm… omosessuali. Come dire, il mondo del metallo non se ne accorge nemmeno (giustamente), visto che nell’84 eravamo tutti occupati a spipponarci con ‘Powerslave’, ‘Perfect Strangers’, ‘Ample Destruction’ e ‘ Defenders Of The Faith’ (altrettanto giustamente). Passano gli anni, tutti invecchiano, Sommerville lascia i Bronski Beat, il mondo del metallo scopre che a Rob Halford piace la fava (ma glielo si perdona quando rientra nei Judas) e a qualcuno viene pure in mente che gli anni ’80 non erano così male, perché in fondo si trattava di grandi melodie (e basta solo metterci due chitarre sotto). Nel frattempo ‘Smalltown Boy’ è rimasto uno dei grandi inni di quel periodo e così, vuoi mai, pure il trucido mondo del metallo decide di riproporlo. Ma andiamo per ordine, eccovi la versione originale:
Di cover a tutt’oggi, propriamente metal o almeno hard se ne contano quattro principali, in attesa di essere smentito per essermi dimencato il 7 pollici rosso dei Disgusting Infiocination. Comunque: i primi a provarci sono i tedeschi Depressive Age (chi?), thrash band molto particolare che mostrava un anelito notevole verso la malinconia e la modernità. E di fatti non andarono da nessuna parte (non molto giustamente, qualcosa di buono c’era). ‘Smalltown Boy’ è il titolo del loro ep del 1997 e al tempo ne venne girato anche un video. Peccato che il vocione del singer Jan nel ritornello sia da ridergli in faccia. Ma non diteglielo.
Passano tre o quattro anni così, come se niente fosse e un altro gruppo al tempo impestato di frocismo Depeche Mode e mascarone anni ’80, i Paradise Lost, decide di registrarla ed includerla come bonus del disco ‘Symbol Of Life’, detto anche il ciddì con lo scarabocchio arancione in copertina. I Paradise Lost in questi anni non se li fila quasi più nessuno dopo la debacle di ‘Host’, e così il tutto passa anche un po’ inosservato. Male, perché la cover è forse la migliore tutte.
Torniamo un po’ indietro: anno 1997, mentre i Depressive Age registrano la loro versione, c’è un altro gruppo flippatissimo per gli ’80 synth pop, i tedeschi Atrocity, che difatti pubblicano il loro amato/odiato ‘Werk 80’, ovvero il disco con le zozze in copertina. Per loro non è questo il momento di includere ‘Smalltown Boy’, ma è solo questione di tempo perché il tutto avviene con il seguito ‘Werk 80 II’, ovvero il disco con LA zozza in copertina, anno 2008 e Dita Von Teese sulla cover che ti guarda un po’ così. Cielo mi sono inumidito le mutande. Il problema è uno solo: gli Atrocity e il buon gusto hanno sempre avuto un rapporto difficile e tutto questo sinfonico, voci femminili, tastiere, chitarroni, iperproduzione e ampio parcheggio allontanano di molto lo spirito intimista dell’originale. No bello.
E siamo a tre. Da segnalare, per i più borderline di voi (come se un articolo come questo non fosse già fin troppo borderline di suo, ma vabbè) la versione tutta tricolore dei The Fire, ovvero Olly degli Shandon più vari membri dei Madbones, ovvero una punk rock band di buon successo che ha deciso di registrare ancora una volta questo classico. E c’è pure un video ufficiale.
Ovviamente in attesa dei prossimi eroi che si cimenteranno. Se volete saperne di più dei gruppi citati, o se più semplicemente vi piace la fava, eccovi un po’ di link gustosi gustosi.
Finnico fin nell’animo e disperato come pochi. Enorme, cazzo. Enorme.
Non se li era filati quasi nessuno, i Ghost Brigade del debutto ‘Guided By Fire’, anno 2007, sempre su Season Of Mist. Il nuovo ‘Isolation Songs’ sembra avere maggior fortuna, complice anche una qualità migliore del disco, certo, anche se ‘Guided By Fire’ era tutt’altro che da buttare. Aveva una copertina involontariamente emo, a guardarlo bene, ma non mi pare il caso di crocifiggerlo così. I Ghost Brigade sono finnici, sono dediti a sonorità dark/doom e sono quasi tutti (tre quinti) ex-membri di una stoner metal band minore chiamata Sunride, che qualcuno di voi sicuramente ricorderà. Quali che siano i propri natali discografici, ‘Isolation Songs’ è figlio di un crepuscolo che sembra non volersene andare mai e si adagia sulle esperienze fatte finora da Katatonia (medio periodo), Opeth, ma anche della dimamica pachidermicità di certi Neurosis (minore del debutto, comunque). Anche se solo territorialmente, poi è impossibile non citare la comunanza spirituale con i conterranei Amorphis e Before The Dawn. Ampio melting-pot direte voi: eppure, la miscela è scorrevole a sufficienza per garantire ai Ghost Brigade campo libero per regalarci perle assolute come ‘My Heart Is A Tomb’ e ‘Into The Black Light’, uno-due al valium che fa alzare due dita di pelle d’oca quando il singer Manne Ikonen declama i refrain più katatonici e affilati che si siano sentiti di recente. E’ musica intima e violenta, quella dei Ghost Brigade, suonata con piglio dark rock che esplode qua e là in dirompenti valanghe ora doomish ora sludgy che non possono lasciare il segno in tutti coloro che si sono professati, in tempi non sospetti, alla malinconia su pentagramma. Non è certo finita: enorme è anche lo strumentale ’22:22 – Nihil’, finnico fin nell’animo e la disperata ‘Concealed Revulsions’, anche se scegliere in un’opera del genere è come discriminare fra figli. Bellissima anche la confezione e il layout, bagnati in un grigio/nero auto compiaciuto e penetrante. Into The Black Light. Enormi, cazzo. Enormi.
90/100