Articoli marcati con tag ‘Iron Maiden’
Questa storia è già stata raccontata. Se conoscete un po’ l’inglese, potete ritrovarla narrata più e più volte in giro per la rete. Eppure, raccontarla di nuovo può aiutarvi a riscoprire le origini di qualche bands oggi famosa e celebrata o ancora meglio, qualche nome andato dimenticato. Parlare di Metal Massacre oggi significa offrire uno spaccato di un periodo fondamentale per l’heavy metal come oggi lo conosciamo.
Nota: i video aggiunti a volte presentano la song (nel caso delle chicche vere e proprie), a volte semplicemente presentano la band con qualche “classico” o qualche pezzo rappresentativo. Così, a fine divulgativo.
Ben prima dell’avvento di internet, di myspace, delle chiavette usb e della tecnologia musicale “facile”, uno dei modi per poter ascoltare molte bands underground erano le compilation. In numero enorme nella scena punk/hardcore, le compilation hanno trovato il loro spazio anche presso la scena metal: una veramente nota è ‘Metal For Muthas’, dove comparvero gli Iron Maiden. Personalmente, se dovessi pensare ad un altro nome di compilation consegnata poi alla storia, direi senza dubbio ‘Metal Massacre’, assemblata da Brian Slagel e dalla sua neonata Metal Blade; a dirla tutta se dovessimo guardare il numero di future stars presenti in entrambi i primi volumi, la creatura di Brian Slagel, seppur di poco, la spunterebbe. Il tutto ovviamente nacque come un gioco e a rileggere le dichiarazioni dello stesso Slagel tipo “al
tempo non c’erano etichette statunitensi che investivano sul metal e perciò era molto facile ottenere le canzoni dalle bands” vien da sorridere. Los Angeles in quel periodo stava formando una propria scena hard e metal con nomi caldi come Ratt, Motley Crue o Bitch. Brian Slagel, il futuro proprietario della Metal Blade, al tempo era un die-hard fan e addetto ai lavori (commesso in un negozio di musica, fanzinaro, dj radiofonico e collaboratore con riviste inglesi come Kerrang! O Sounds) attivo nell’area di Los Angeles che raccolse per la sua compilation una decina di nomi allora underground, quasi tutti senza contratto, al fine di celebrare il nascente movimento metallico statunitense proprio sul modello di ‘Metal For Muthas’. La compilation, con la sua celebre copertina nera con i teschi, uscì nel 1982 in una prima stampa che andò esaurita quasi subito (le cifre indicano una cifra vicina alle cinquemila unità). Di fronte alle richieste per una nuova stampa, Slagel all’epoca non disponeva di un grosso budget da investire (parte dei soldi iniziali gli vennero prestati da una zia!) e perciò affidò una seconda tiratura alla label Metalworks che ristampò ma poi non gli pagò mai nulla. Slagel stesso ricorda come al tempo non ci fossero stati contratti, royalties o altro ancora, ma che egli stesso avesse avvicinato le bands a vari shows. La ristampa della Metalworks a quanto riportato risultò un prodotto di qualità migliore anche se con una copertina differente (nera con la sola scritta ‘Metal Massacre’) e soprattutto tracklisting differenti: nella prima, l’opening track è affidata agli Steeler di Ron Keel, sostituiti nella seconda stampa dai Black N’Blue; inoltre, nella prima versione compaiono i Ratt, esclusi invece dalla seconda. Infine, la song più celebre nell’intervallo di tempo fra le due stampe venne ri-registrata, ma a questo ci arriveremo dopo. Se vi state chiedendo il perché di questi “cambi”, non sono riuscito a trovare una risposta documentata e confermata ma è facile immaginarla: al tempo la scena stava letteralmente esplodendo e molti gruppi in poche settimane mutavano il loro status da underground a possibili star future. Per esempio, i Motley Crue tra il 1980 e il 1981 erano stati una delle band di punta a Los Angeles e, a sentire Slagel stesso, avrebbero dovuto essere parte del progetto Metal Massacre: non comparvero semplicemente perché nel frattempo erano riusciti a pubblicare il loro primo disco. Perciò la sostituzione degli Steeler e la scomparsa dei Ratt potrebbero essere legate a dinamiche di questo genere, legate a management, pubblicazioni imminenti o situazioni affini.
1. Steeler – ‘Cold Day In Hell’
Gli Steeler furono la prima band di un certo successo di Ron Keel, cantante dal grande talento e dal grandissimo ego,
originario di Nashville, Tennessee, e trasferitosi ad inizio 80 in quel della California. Poco tempo dopo la partecipazione alla compilation, Keel rivoluzionò completamente la line-up degli Steeler, assumendo un giovane chitarrista di nome Yngwie J. Malmsteen (dice niente?). Il debutto discografico arriverà nel 1983 per Shrapnel Records, LA label per i virtuosi della sei corde durante gli anni ’80. La versione incisa per Slagel è stata per lungo tempo una sorta di rarità, perché compariva solamente in questa sede e nel primissimo singolo degli Steeler dello stesso anno. ‘Cold Day In Hell’ è un buon esempio della musica tipicamente alla Ron Keel: hard rock/heavy metal melodico molto anthemico, condito da grandi solos e melodie immediate, su cui troneggia la voce urlatissima del macho Ron. Gli Steeler non raggiunsero vette altissime, comunque, visti i numerosissimi cambi di line-up ed infatti Ron dovrà attendere ancora qualche anno un certo successo grazie ai suoi Keel e a dischi come ‘The Final Frontier’ e ‘Keel’; nel frattempo sarà quasi diventato cantante dei Black Sabbath, avrà conosciuto il suo protettore/pappa Gene Simmons e si sarà scopato mezzo Sunset Boulevard. Ma come dico sempre, questa è un’altra storia, e anche parecchio lunga, visto che i Keel esistono ancora. Se ve lo state chiedendo, la risposta è affermativa. Malmsteen riusciva a rompere le palle anche negli Steeler con i suoi soli neoclassici. Vedete un po’ voi.

Gli Steeler del debutto: Franco Califano, Ron Keel, Yngwie Malmsteen e il cugino furbo di Dani Filth
2. Black N’ Blue – ‘Chains Around Heaven’
Nella seconda tiratura invece l’apertura è affidata ai Black N’ Blue, con la classica ‘Chains Around Heaven’. Originari di
Portland, Oregon, dove vivono solo tori e checche (e ai Black N’Blue io non ho mai visto corna, quindi fate voi), si erano trasferiti in quel della California da poco e ‘Chains Around Heaven’ fu la loro primissima incisione. A parte una solida buona base di fans per i loro concerti, i Black N’ Blue dovranno attendere il 1984 per registrare il loro debutto, che includerà ovviamente una nuova versione di ‘Chains’. Da lì tutto doveva sembrare in discesa, ma i Black N’ Blue non ce la fecero mai in termini di vendite e rimangono un nome “cult”. Non servì l’apertura per i Kiss, il contratto Geffen, il patrocinio der Monnezza Gene Simmons ed eterni ritorni fino a fine decade. Ed oggi, i vinili dei Black N’ Blue costano come i sottobicchieri, il singer Jaime St. James è l’attuale sostituto di Jani Lane nei Warrant (e se vi fate due conti, i Warrant adesso come adesso nell’industria discografica contano come il Pergocrema nel calcio italiano) mentre il chitarrista Tommy Thayer si guadagna pane e anonimato come il sostituto di Ace Spaceman nelle ultime incarnazioni dei Kiss. In ogni caso, i Black N’ Blue che potrete sentire su ‘Metal Massacre’ sono molto più energici ed heavy della versione sotto contratto. I nostri sembra siano ancora attivi, probabilmente indecisi se prendere o meno altre due sberle dal mondo musicale con un comeback, e un disco, ‘Hell Yeah’, che attende distribuzione seria. Che dire, io la mia sporca copia la prendo, se capita.

"Facciamo finta che siete già famosi. Dite Boulevaaaaardddd!"
3. Bitch – ‘Live For The Whip’
E qui scatta il vietato ai minori. A Steeler o Black N Blue (a seconda della versione), segue ‘Live For The Whip’ dei Bitch,
metal sensation guidata dalla allupante Betsy Bitch, che si esibiva on stage con tanto di armamentario bdsm. Non siamo certo a livello estremo tipo Gen e i Genitorturers (i tutto era anche molto ironico) e anche musicalmente i nostri erano una sorta di NWOBHM misto ad influenze tipicamente losangeline, proprio il suono in via di definizione in questi fruttiferi anni. ‘Live For The Whip’ appare nel demo dei nostri, che dopo essere comparsi sulla compilation sono una delle prime bands a firmare per Metal Blade e ad esordire con l’ep ‘Damnation Alley’ nello stesso anno, seguito dal full ‘Be My Slave’ nel 1983. La versione dell’ep, per i più segaioli, è ri-registrata e contiene più ansimi e colpi di frusta. Comunque sia, nonostante discreti risultati musicali e la “controversa” immagine più volte messa all’indice dal PRMC , i Bitch resteranno un nome di culto e poco più e metteranno in discografia solamente un altro paio di titoli, tra cui uno più hard-rock a nome ‘Betsy’ con un’immagine ripulita (che fu un fiasco). Con i 90 la band si eclissa, ma neppure la vecchia Betsy vuole restarsene a casa a fare la calzetta e i Bitch sembrano ancora attivi e pronti al ritorno in grande stile, anche se finora a parte qualche comunicato su myspace e qualche concerto locale null’altro si è visto. Di recente Betsy e le sue tette rifatte si sono visti invece con un altro gruppo di relitti, i riformati Witch, su cui ci sarebbero da scrivere pagine intere, ma li riassumiamo come “il gruppo del tizio che si era sposato con la sorella di Tommy Lee e che poi è finito in galera e che poi si è ripassato Lita Ford e adesso lavora in pizzeria”. Ah già, i Witch. Vabbè, capita.

Quello che si tocca il pacco NON è Betsy Bitch.
4. Malice – ‘Captive Of Light’ e ‘Kick You Down’
La posizione numero tre è per i Malice, altra band che riscosse tantissimo successo nella Los Angeles del periodo ma
che impiegò molto di più per assicurarsi un contratto decente (Atlantic). Sono presenti in questa compilation con ben due pezzi, ‘Captive Of Light’ e ‘Kick You Down’, entrambe heavy-metal songs di stile europeo, non direttamente riconducibili ai Judas Priest, come invece sarà molto spesso nei seguenti platter di maggiore diffusione. I Malice sono apparsi, scomparsi e riapparsi più volte da allora, andando anche in tour con nomi del calibro degli Slayer e vedendo passare in line-up personaggi come il singer James Neal, cacciato perché talvolta non si presentava nemmeno ai concerti (!). Il chitarrista fondatore Jay Reinoldz è stato poi anche Megadeth per circa un quarto d’ora. Dopo questa prima esperienza, la Metal Blade pubblicherà l’ep ‘Crazy In The Night’ dell’89, in pieno periodo scioglimento. Di questi ultimi anni è l’apparizione nel film “Vice Versa”, una delle tante pellicole giocate sullo scambio di personalità padre-figlio. I Malice si sono riformati nel 2006, ma tutte le esibizioni previste in Europa sono state poi cancellate. Ah, le due songs qui presenti sono mezze rarità: ‘Captive Of Light’ è in seguito apparsa solamente in una collection di b-sides di un paio di anni fa, mentre ‘Kick You Down’ resta inedita dovunque se non qui.

Trova dieci differenze con la foto sotto dei Ratt. O unisci i puntini sulla stempiatura di quello al centro.
5. Ratt – ‘Tell The World’
A questo punto, solamente nella primissima tiratura, emergono i Ratt con ‘Tell The World’, pezzo poi ripresentato
nell’ep di debutto del 1983, in versione anche in questo caso ri-registrata (che, volendo, esisterebbe in una terza versione, quando questo ep venne ridistribuito remixato e alleggerito dalla Atlantic nel 1985). Come per i Black N’Blue, i Ratt degli esordi erano a detta dello stesso Slagel “vestiti in pelle nera e con una immagine decisamente priestiana” e tutto sommato i Ratt dei primi anni sono decisamente heavy, una sorta di glam/hard fuso con suggestioni metalliche. Il boulevard non è ancora esploso e la band, se ripensiamo a quanto sentito finora, si adegua più che bene allo stile metallico della compilation. Comunque sia, i Ratt nel 1982 esistono già da diversi anni, originari dell’area di San Diego, ma la line-up classica con Pearcy, De Martini, Croucier, Crosby e Blotzer si è appena formata. Il primo EP auto intitolato sarà praticamente autoprodotto (sotto il nome Time Coast Records) e sarà la band stessa a raggiungere un accordo con i distributori locali. La ricezione è molto buona e sarà l’Atlantic ad assicurarsi i servigi del combo che arriverà, attraverso tutti gli ’80, a vendere svariati milioni di copie ed incidere molti singoli di successo. Ci penserà il grunge a cambiare le carte in tavola, anche se come era lecito aspettarsi, i nostri sono ancora in giro in formazione quasi originale (ora come ora tre su cinque), dopo almeno due reunion andate male, litigi, torte in faccia, dischi tutti sballati, John Corabi nuovo membro ma-anche-no (poraccio! n’altra volta) e la morte per overdose di Crosby. A quanto pare ora i Ratt si sono assicurati il supporto della Roadrunner (eh?) e un nuovo album è atteso. Chissà.

I Ratt: (da sin) Topolino, Topo Gigio, Geronimo Stilton, Stuart Little, Basil l'investigatopo
6. Avatar – ‘Octave’
Scendiamo un bel po’ più in basso, negli Inferi dei mai sentiti, con gli Avatar, che non sono quelli che pensate voi, ovvero coloro che si tramutarono poi nei Savatage dei fratelli Oliva. Gli Avatar in questione sono una invece band presente nei dintorni di L.A. in questo periodo, che pubblicò esclusivamente questa ‘Octave’, peraltro interamente strumentale. Nonostante diverse ricerche da parte mia, non ci è dato sapere altro. Non esiste un logo, una foto, uno scontrino dell’autolavaggio. Il pezzo, per quanto atipico (ce la vedete una band che vuole in qualche modo “presentarsi” a mettere uno strumentale? E’ un po’ da genialoidi incompresi) è una bella esibizione di NWOBHM mista ad hard-rock ruvido tipicamente a stelle e strisce. La band esistette davvero per qualche tempo, visto che Slagel a riguardo la cita come “un gruppo della zona che conoscevo”. Che culo, oh.
7. Cirith Ungol – ‘Death Of The Sun‘
I Cirith Ungol nel 1982 erano la band più “famosa” di tutte. Non erano nemmeno senza contratto ma anzi, avevano giù
pubblicato un full-lenght semi-autoprotto, ‘Frost And Fire’ nel 1980, distribuito da quello che diventerà di lì a poco il distributore della neonata Metal Blade, la Enigma. Formatisi addirittura nel 1972 dalle ceneri di una folk band (!) si orientarono ben presto verso il suono hard-rock per poi indurirsi sempre di più e incorporare elementi epici e ossianici, sulla falsariga di quanto faranno Manowar, Virgin Steele e al di là dell’oceano, gli Heavy Load, anche se i Cirith Ungol si distinsero sempre per la voce gracchiante del singer Tim Baker. Il proto-epic metal dei Cirith Ungol finì sulla compilation di Slagel con l’inedita ‘Death Of The Sun’, finita poi su ‘King Of The Dead’ del 1984; anche in questo caso parliamo di una versione primordiale registrata al limite della soglia della povertà. Grandi fan della letteratura fantasy e del mondo ‘sword and sorcery’ si incaponirono a proporre un concept di questo genere senza mai cedere a modernizzazioni di suono o ad un look meno” true”. Suonare epic metal (o giù di lì) in California negli anni 80 è come andare a messa con una maglietta dei Bad Religion e non è un caso che gli stessi Cirith Ungol sprechino buona parte della bio a descrivere i contrasti con le bands street e glam come Ratt o Lita Ford, i trucchi e le esagerazioni tipiche del momento. Nerdissimi e attaccatissimi ad un suono retrogrado e metallico, non riuscirono mai a firmare per grosse label ma riuscirono a pubblicare altri tre platter fino ad inizio Novanta (di cui uno proprio per Metal Blade), raccogliendo un discreto successo in Europa, trasformatosi oggi in un’aura da band culto. Non più attivi a causa dei dissidi interni dopo ‘Paradise Lost’, parte della loro eredità è portata avanti dai Falcon del chitarrista Greg Lindstrom (che comunque abbandonò dopo il primo ‘Frost And Fire’).

Vieni da Arfonso Bellicapelli, che te famo un taglio ... EPICO!
8. Pandemonium – Fighting Backwards
I Pandemonium. No, non quelli italiani pauermedal. Quelli dall’Alaska. Già. Quelli coi tre fratelli Resch, che partirono
pieni di sogni rochenroll da un piccolo paesino in mezzo alla neve e verso la fine del Primo Tempo trovarono fortuna in quel di L.A., o almeno una specie. Nel Secondo Tempo però i Pandemonium non arrivarono mai al grande successo, ma furono presenti durante tutti gli anni 80, stabilmente ivi insediatisi; ebbero la possibilità di suonare insieme a tutti i grandi nomi ma non sfondarono mai del tutto, probabilmente perché non andarono mai a letto con Lita Ford o forse per la non eccelsa qualità degli album, datati 1983 (‘Heavy Metal Soldiers’), 1985 (‘Hole In The Sky’) e 1988 (‘To Kill’), tre prodotti di heavy metal piuttosto melodico che agli inizi era più influenzato dai Settanta più quadrati (Black Sabbath, Thin Lizzy) ed in seguito da un suono un po’ patinato (Scorpions, Ratt). La band non esiste più e uno dei fratelli Resch è deceduto qualche tempo fa, ma esiste una pagina myspace della band con una bio molto dettagliata di quel periodo (che commenta con una certa realtà l’eterna situazione da minor-heroes). Il pezzo presente su Metal Massacre è l’inedita e discreta ‘Fighting Backwards’, pesantemente influenzata dal suono NWOBHM. I tre dischi dei Pandemonium stanno per essere ristampati dalla Retrospect Records, a quanto sembra.

Quello triste è quello non è imparentato con gli altri
9. Demon Flight – ‘Dead Of The Night’
Ritorniamo nei bassifondi con i Demon Flight, oscurissimo terzetto che ha lasciato pochissimo dietro di sé: nessuna
foto ritracciabile, nessuna apparizione notevole, un solo ep di tre pezzi in vinile uscito proprio per Metal Blade, nessun seguito. ‘Dead Of The Night’ non colpisce per essere la miglior song, ma rimane innegabilmente impressa per qualche strano motivo. La struttura è tipicamente NWOBHM, un po’ simile a quanto sarà fatto da Diamond Head o Satan, ma colpisce la voce completamente in falsetto del singer Rick Gerard. Gli altri due pezzi presenti nell’ep altro non sono che uno strumentale di quasi dieci minuti e una song in cui la voce di Gerard non è particolarmente irritante, anzi. A quanto ci è dato sapere, il progetto Demon Flight fu realizzato completamente in studio e dopo l’ep la band scomparve senza lasciare traccia. ‘Flight Of The Demon’, realizzato solo in vinile, fu la terza uscita ufficiale della Metal Blade, subito dopo l’ep ‘Damnation Alley’ dei Bitch. Stranamente, il disco non è mai diventato un cult-item e lo si trova ancora comodamente in giro a prezzi piuttosto bassi. Per l’angolo ‘Carramba che sorpresa!’, dalle mie ricerche in rete, tramite un giro strano che non sto qua a spiegarvi, è saltato fuori un blog di un tizio, qui, che lavora in uno studio di registrazione di Santa Monica, che racconta brevemente la storia dell’ep e dei Demon Flight, aggiungendo come fu la sua prima band e la sua prima registrazione in assoluto presso uno studio in cui lavorava. Ah, secondo l’autore (che si capisce abbastanza chiaramente essere impiegato nel giro degli studi musicali e delle registrazioni), i Demon Flight effettuarono pure qualche gig saltuario, ma non vengono forniti dettagli ulteriori. Chissà, ma credo che sia difficile fare il mitomane con i Demon Flight.
10. Metallica – Hit The Lights
E chiudiamo la nostra carrellata con il pezzo che ha forse la storia più bella di tutte, bisogna ammetterlo. E’ anche
divenuto poi la canzone più celebre, ma per una volta non servono biografi leccaculo a confermare una storia di stampo quasi cinematografico. Alla Kevin Smith. Narra la leggenda che in quel di Los Angeles i fan della neonata NWOBHM erano pochi e si conoscevano quasi tutti. Tre erano amici e andavano “a dischi insieme”. Uno era il nostro Brian Slagel, un altro un ragazzo di nome John Kornarens e il terzo un danese trasferitosi in loco dall’Europa con la famiglia di nome Lars. Lo so, sembra l’inizio di una barzelletta col francese, il tedesco e l’italiano sull’aereo che precipita: eppure, sono diversi i resoconti che lo confermano. Il tizio di nome Lars, che di cognome faceva Ulrich, era considerato una specie di macchietta: logorroico, iperattivo, completamente flippato per questa nuova musica “dura” europea. Possedeva pure un drumkit ma non sembrava essere molto bravo. Diceva a tutti che voleva formare una band, ma le jam fatte finora non avevano dato esito. Si era trovato a jammare con un tizio piuttosto taciturno di nome James Hetfield, una volta, ma le cose non erano andate per il verso giusto. Un giorno, in un negozio di dischi, Slagel dice che sta assemblando una compilation e Ulrich allora urla: “Se registro un pezzo con la mia band, mi ci metti?”. Slagel (parole sue) gli rispose “Sì, certo” come erano soliti fare lui e John ad ogni frociata che Ulrich tirava fuori del tipo “Metterò su un gruppo, diventerò famoso”. Il problema è che Ulrich mise davvero in piedi una band. Telefonò a quel tizio di nome Hetfield e gli disse: “Registriamo un pezzo che ho il gancio per andare su una compilation”. La scelta cadde su ‘Hit The Lights’, pezzo scritto per la band di James, gli Snake Charm. In quel momento i Metallica non esistevano nemmeno, visto che la prima versione di ‘Hit The Lights’ fu registrata dai soli Hetfield (chitarra, basso, voce) e Ulrich (batteria). Venne aggiunto poco dopo un assolo del chitarrista Loyd Grant. La leggenda vuole che ‘Hit The Lights’ fu consegnata all’ultimo minuto da Ulrich a Slagel, quando ormai era tutto pronto, su una normalissima cassetta, quando sarebbe servita almeno una versione a sedici tracce. Ulrich tra l’altro non aveva nemmeno i soldi per il trasferimento su vinile e si fece prestare i 50 dollari necessari da John Kornarens, il “terzo” amico. Da allora John è ringraziato in tutti i cd dei Metallica come John ’50 Bucks’. Altro buffo aneddoto, per la seconda tiratura di ‘Metal Massacre’, il pezzo fu ri-registrato stavolta con l’apporto di Dave Mustaine e Ron McGovney. La versione originale di ‘Hit The Lights’ finì invece sul primissimo demo dei Metallica, insieme a due cover, suonate già dalla formazione con Mustaine. ‘Hit The Lights’ in tutto alla fine fu registrata tre volte, le due per i demos e per il debutto ‘Kill’em All’ del 1983. Nella primissima versione di Metal Massacre infine, abbondano gli errori nei credits: i Metallica sono citati come Mettallica, il nome di McGovney è scritto sbagliato e come formazione vengono citati tutti e cinque i musicisti coinvolti nell’anno 1982 (Hetfield solo alla voce, Ulrich batteria, Grant e Mustaine alle chitarre e McGovney al basso) quando invece la casalinga registrazione venne fatta dai soli Hetfield, Ulrich più il solo di Grant aggiunto in seguito. Una delle band che ha ridefinito il metal iniziò così. Siccome conosco già il finale, non saprei se ridere o piangere perché, come tutti sapete, i Metallica sono morti in un incidente aereo diversi anni fa, dopo aver registrato quello che noi tutti conosciamo come ‘Black Album’, uscito poi postumo.

James Hetfield, uno che passava di lì per caso, Lars Ulrich, Dave Mustaine
Certo, come no.
Update 9 Settembre 2009. A fronte di ulteriori ricerche, è saltato fuori che i citati Avatar furono proprio la band del John ‘50 Bucks’ Kornarens citato nella parte di articolo dedicata ai Metallica. Nella band al tempo fu coinvolta anche la sorella, Diane, al basso, che tutti conosceremo meglio come ‘Sentinel’ nei Warlord, che tra l’altro appariranno nei volumi II e III di Metal Massacre.
Update 9 Settembre 2009. Frequentando alcuni forum di nostalgici un’altra piccola notizia è trapelata riguardo agli Steeler di Ron Keel e l’assunzione di Malmsteen. Il giovane Malmsteen, in quel di L.A., fu per un po’ di tempo compagno di stanza del più volte citato John ‘50 Bucks’ Kornarens e fu da lui che ebbe la soffiata sugli Steeler che stavano cercando un nuovo chitarrista…
E’ un bel melting pot, quello dei RAM, che non raggiunge mai vette, ma che non delude nemmeno mai completamente.
Secondo disco per gli svedesi RAM in una decade di attività, dopo ben quattro anni dal debutto. In questo revival di
sonorità old-school, i RAM sembrano essere la band più “ragionata” del branco di nuove leve sguinzagliato di recente nel mondo del metal (anche se ripeto, dopo dieci anni di attività, seppur minima, i nostri non sono proprio dei giovincelli come possono essere altre bands in voga di recente). ‘Lightbringer’ oltretutto si distanzia abbastanza da tutte le release di old-metal recenti (Wolf, Enforcer, Armour, In Solitude) per la sua stessa struttura. I RAM infatti pescano a piene mani dal metal americano della seconda metà degli Ottanta, oltre che dagli ovvi classici europei (Judas Priest, Iron Maiden, Mercyful Fate): è tangibile l’apporto di gruppi come Crimson Glory, Jag Panzer medio periodo, Cage e gli Iced Earth dei primi dischi. Il suono di ‘Lightbringer’ è piuttosto freddo, metallico, guidato dall’ugola del singer Oscar Carlquist che si esprime veramente al meglio (anche se con qualche riverbero tipicamente Midnight) e gigioneggia pure verso un registro Mercyful Fate, ogni tanto. Altro elemento distintivo dei RAM sono le strutture dei brani, sempre piuttosto complesse e di derivazione Shermann/Denner, che raggiungono i nove minuti di ‘Suomussalmi’ e si esprimono in maniera decisamente epica in ‘Ghost Pilot II’ e ‘Awakening The Chimaera’. E’ un bel melting pot, quello dei RAM, che non raggiunge mai vette, ma che non delude nemmeno mai completamente. Alla fine di ripetuti ascolti a ‘Lightbringer’ manca sempre qualcosa per essere definito un dico completamente riuscito, ma ci sono dei discreti margini in ogni settore, a partire da quello della fluidità, che riesce a miscelare per bene tante influenze diverse, senza far mai apparire i RAM come cloni di qualche grande nome in particolare. Da risentire, magari non fra altri quattro o cinque anni.
70/100
le capacità dei nostri includono rimandi anche ad Exciter, Mercyful Fate, Judas Priest, Savage Grace o Angel witch.
Ma pensa. A vederla dalla copertina e dal logo, ho davvero pensato che questa fosse una ristampa di qualche
sconosciuta band anni 80. L’unica cosa che tradisce gli Enforcer è una registrazione troppo pulita, anche se non è il caso di aspettarsi nulla di eccezionalmente moderno. Ma andiamo per ordine: gli Enforcer sono una (molto) giovane band svedese che ci offre un heavy/speed come funzionava giusto venti, venticinque anni fa. Puliti, piuttosto melodici, gli Enforcer sembrano conoscere molto bene questo stile musicale, al punto che l’omaggio molto spesso diventa così sentito da non poter non entusiasmare. Altra caratteristica notevole di ‘Into The Night’ è l’importanza data al basso che richiama più e più volte gli Iron Maiden dei bei tempi andati, modello primi due/tre dischi: tanto per dire, ‘City Lights’ entusiasma tanto quanto ‘Transylvania’, l’opener ‘Black Angel’ sembra uscita da ‘Killers’. Ma non è finita qui, perché le capacità dei nostri includono rimandi anche ad Exciter, Mercyful Fate, Judas Priest, Savage Grace o Angel witch. In definitiva ‘Into The Night’ scorre piacevolissimamente, aiutato da dei suoni veramente squillanti e da una sfrontatezza sufficiente a rendere l’omaggio degli Enforcer credibile. ‘Into The night’ è un debutto sorprendente, che lascia spazio a delle aspettative rosee per il futuro. Spero solo che all’Upim non si rimettano a vendere i pantaloni a righe bianche e nere. Altrimenti siamo tutti fottuti.
80/100
emerge prepotente lo stile us-power metal e non si riesce a far a meno di paragonare il singolo ‘Counting Zeros’ con i vecchi Queensryche
Ormai facciamo prima a recensire i gruppi che non si sono riuniti. Vabbè. I Sacred Oath sono dei minor-heroes
del metallo ammeregano degli anni che conta(va)no e ‘A Crystal Vision’ del 1987 è considerato una sorta di disco-culto. Nella bio, si auto-definiscono grosso modo così: ‘Sacred Oath has long been recognized in the heavy metal underground as one of the pioneers of the American power metal movement that began back in 1985’ che, per quelli di voi che durante l’ora di inglese si leggevano la Gazzetta vuol dire grosso modo che nel 1985 i Sacred Oath per strada li salutavano tutti, le tope gli lanciavano i bigliettini coi numeri di telefono e se c’avevano bisogno di duecento dollari era pieno di musicisti della scena power metal ammeregana che glieli allungavano così, senza nemmeno insistere troppo. Il problema è che di solito, dopo queste cose, ci si sveglia nel letto in un bagno di sudore e un po’ delusi. E infatti dopo ‘A Crystal Vision’, del 1987, edito dalla, aspetta, Mercenary Records (ah già! Come non ricordarsela!) i nostri dovettero trovarsi un lavoro al più presto. Peccato, c’erano quasi. Sia come sia, qualche anno fa la clamorosa reunion, un disco su Sentinel Steel (che qualche anno prima si era curata di ristampare, in una bellissima versione, l’introvabile debutto), una manciata di date nel vecchio continente (chi ha detto Keep It True? E dove sennò?) ed ora questo nuovo, auto intitolato terzo full-lenght. Ma, in definitiva, che ci raccontano i Sacred Oath? Ci raccontano che, anche se non sono mai stati nessuno, a suonare ce la sanno. ‘A Crystal Vision’ era davvero un bel disco di us-power metal, scuro e progressivo quanto basta, ma altrettanto violento e ficcante. I paragoni sono grosso modo sempre quelli, ovvero primi Queensryche, Metal Church, Mercyful Fate e tante tentazioni thrash, senza mai però premere davvero il piede sull’acceleratore. Il mainman di sempre dei Sacred Oath, Rob Thorne (al secolo Rob Volpintesta, con qualche parente dalle parti di Cerignola ad occhio e croce) un po’ di mano ce l’aveva davvero nella stesura di pezzi che funzionano ancora oggi, dopo tanti anni. E badate bene, se mi conoscete, sapete che sono amante di un certo metallone impolverato, ma non le ho mai risparmiate a nessuno. Il loro rientro del 2007 è stato da sorriso compiaciuto ma altrettanto dimenticabile dopo qualche ascolto, in un mercato come quello odierno infestato da uscite a ritmi ormai orari. ‘Sacred Oath’ invece è una bella sorpresa per gli amanti del metal tradizionale, al di là di qualsiasi ironia. Lo stile è grosso modo rimasto immutato, anche se rispetto al passato ci sono notevoli sprazzi di modernità nel songwriting. In qualche momento, per il piglio, mi ha ricordato il King Diamond degli album più atipici o una versione altamente hard del classic metal americano standard. Per il resto, emerge prepotente lo stile us-power metal e non si riesce a far a meno di paragonare il singolo ‘Counting Zeros’ con i vecchi Queensryche. Esaltante è l’opener aggressiva e maideniana ‘Paradise Lost’, buona è anche la rockeggiante ‘High And Mighty’ al fianco della aggressiva ‘Caught In The Arc’ (echi di Metal Church qui) e da citare è anche la più tradizionalista auto intitolata ‘Sacred Oath’. Nel complesso comunque tutto il platter si lascia ascoltare, classico ma non troppo, sorretto da una produzione azzeccatissima e da arrangiamenti precisi e puntuali. Così, pour parler, ‘Sacred Oath’ potrebbe essere quel disco “classicamente moderno” che Lizzy Borden non è mai riuscito a fare sia con ‘Deal With The Devil’ o con l’ultimo, ancora una volta, deludente ‘Appointment With Death’. E’ inutile, i gruppi sfigati sono sempre i migliori. Vai Robertone Volpintesta, facce sognà. A me e a quegli altri venticinque che ti conoscono.
75/100

un heavy metal retrò datato primissimi anni ‘80, influenzato da Iron Maiden o Angel Witch
Che in Grecia non andasse tutto bene mi è sempre stato chiaro, in particolare da quando lessi dei disordini fra polizia e metalheads arrabbiati il giorno dell’uscita di ‘The Triumph Of Steel’ dei Manowar. Ma questa è un’altra storia. La Grecia continua imperterrita a sfornare underground acts di puro ostruzionismo alla modernità in una maniera così commovente e genuina che è difficile non innamorarsene. L’ultima “nuova” (mai aggettivo è così ambiguo in questo caso) band sono i Witch Curse, dediti ad una NWOBHM incontaminata come poche. Scovati ovviamente quasi per caso nei meandri di myspace, in nostri sono dediti ad un heavy metal retrò datato primissimi anni ‘80, influenzato da Iron Maiden o Angel Witch e simili in qualche modo a quando proposto di recente dai Metal Inquisitor.

Ammazza che moderni!
Strutture molto semplici, refrain limpidi, dal materiale reso disponibile in rete i Witch Curse, nonostante la giovane età, sembrano promettenti, anche in sede live, dando un’occhiata ai video pubblicati sul loro piccolo canale youtube. Per ora non ci sono veri e propri full-lenght, ma piuttosto una manciata di demos, uno split e un live-tape ristampato da una microscopica etichetta, nella miglior tradizione undeground. Attendiamo fiduciosi il 2010 per l’uscita del debutto, previsto su Inferno Records, underground label francese che potrebbe togliersi qualche soddisfazione.
Rehearsal Tape – (Demo, 2005)
Heavy Metal Poison – (Demo, 2007)
The Witch is Alive – (Demo, 2008)
The Witch Is Alive – (Live album, 2008)
Demon’s Warning – (Demo, 2009)
Under the Spell – (Split, 2009)