Articoli marcati con tag ‘King Diamond’

siamo di fronte alla miglior copia-carbone dei primi Mercyful Fate, quelli dell’uno-due storico ‘Melissa’ e ‘Don’t Break The Oath’.

In attesa di nuovi nomi da segnalarvi (uno su tutti, gli Helvetets Port semplicemente commoventi,  di cui abbiamo già anticipato qualcosa qui) portrait_largeconcludiamo per un po’ la nostra carrellata di questa nuova ondata di old-metal con gli svedesi Portrait, i più intrippati con il recupero dei Mercyful Fate. ‘Portrait’, il loro debutto auto intitolato, è sulla piccola Iron Kodex, etichetta di cui sentiremo sicuramente riparlare in fatto di retro-metal (un nome su tutti: Atlantean Codex, ma anche qui ne riparleremo). C’è poco da dire sul quintetto svedese, in fondo, se non che siamo di fronte alla miglior copia-carbone dei primi Mercyful Fate, quelli dell’uno-due storico ‘Melissa’ e ‘Don’t Break The Oath’. Atmosfere sulfuree, ripartenze improvvise, chitarre squillanti e serrate ma soprattutto la voce demoniaca spesso in falsetto di Philip Svennefelt, veramente vicino all’originale King danese. ‘Hell’, la tirata ‘A Thousand Nightmares’ e ‘Bow Unto The Devil’ sono solo tre dei momenti più riusciti di un platter altamente derivativo ma che possiede una sfrontatezza notevolissima e un candore che di questi tempi è ancora utile. Il risultato è buono, ma per onor di cronaca è giusto notare che il singer Philip ha già lasciato la baracca per raggiungere gli Helvetets Port e il suo sostituto Per Karlsson, già visto con i rientrati Overdrive, potrebbe non essere all’altezza. Vedremo. In caso di problemi, potremo sempre divertirci a riascoltare questo piccolo rigurgito infernale come non se ne sentono poi molti.

75/100

Portrait Myspace

Iron Kodex Myspace

emerge prepotente lo stile us-power metal e non si riesce a far a meno di paragonare il singolo ‘Counting Zeros’ con i vecchi Queensryche

Ormai facciamo prima a recensire i gruppi che non si sono riuniti. Vabbè. I Sacred Oath sono dei minor-heroes 225004del metallo ammeregano degli anni che conta(va)no e ‘A Crystal Vision’ del 1987 è considerato una sorta di disco-culto. Nella bio, si auto-definiscono grosso modo così: ‘Sacred Oath has long been recognized in the heavy metal underground as one of the pioneers of the American power metal movement that began back in 1985’ che, per quelli di voi che durante l’ora di inglese si leggevano la Gazzetta vuol dire grosso modo che nel 1985 i Sacred Oath per strada li salutavano tutti, le tope gli lanciavano i bigliettini coi numeri di telefono e se c’avevano bisogno di duecento dollari era pieno di musicisti della scena power metal ammeregana che glieli allungavano così, senza nemmeno insistere troppo. Il problema è che di solito, dopo queste cose, ci si sveglia nel letto in un bagno di sudore e un po’ delusi. E infatti dopo ‘A Crystal Vision’, del 1987, edito dalla, aspetta, Mercenary Records (ah già! Come non ricordarsela!) i nostri dovettero trovarsi un lavoro al più presto. Peccato, c’erano quasi. Sia come sia, qualche anno fa la clamorosa reunion, un disco su Sentinel Steel (che qualche anno prima si era curata di ristampare, in una bellissima versione, l’introvabile debutto), una manciata di date nel vecchio continente (chi ha detto Keep It True? E dove sennò?)  ed ora questo nuovo, auto intitolato terzo full-lenght. Ma, in definitiva, che ci raccontano i Sacred Oath? Ci raccontano che, anche se non sono mai stati nessuno, a suonare ce la sanno. ‘A Crystal Vision’ era davvero un bel disco di us-power metal, scuro e progressivo quanto basta, ma altrettanto violento e ficcante. I paragoni sono grosso modo sempre quelli, ovvero primi Queensryche, Metal Church, Mercyful Fate e tante tentazioni thrash, senza mai però premere davvero il piede sull’acceleratore. Il mainman di sempre dei Sacred Oath, Rob Thorne (al secolo Rob Volpintesta, con qualche parente dalle parti di Cerignola ad occhio e croce) un po’ di mano ce l’aveva davvero nella stesura di pezzi che funzionano ancora oggi, dopo tanti anni. E badate bene, se mi conoscete, sapete che sono amante di un certo metallone impolverato, ma non le ho mai risparmiate a nessuno. Il loro rientro del 2007 è stato da sorriso compiaciuto ma altrettanto dimenticabile dopo qualche ascolto, in un mercato come quello odierno infestato da uscite a ritmi ormai orari. ‘Sacred Oath’ invece è una bella sorpresa per gli amanti del metal tradizionale, al di là di qualsiasi ironia. Lo stile è grosso modo rimasto immutato, anche se rispetto al passato ci sono notevoli sprazzi di modernità nel songwriting. In qualche momento, per il piglio, mi ha ricordato il King Diamond degli album più atipici o una versione altamente hard del classic metal americano standard. Per il resto, emerge prepotente lo stile us-power metal e non si riesce a far a meno di paragonare il singolo ‘Counting Zeros’ con i vecchi Queensryche. Esaltante è l’opener aggressiva e maideniana  ‘Paradise Lost’, buona è anche la rockeggiante ‘High And Mighty’ al fianco della aggressiva ‘Caught In The Arc’ (echi di Metal Church qui) e da citare è anche la più tradizionalista auto intitolata ‘Sacred Oath’. Nel complesso comunque tutto il platter si lascia ascoltare, classico ma non troppo, sorretto da una produzione azzeccatissima e da arrangiamenti precisi e puntuali. Così, pour parler, ‘Sacred Oath’ potrebbe essere quel disco “classicamente moderno” che Lizzy Borden non è mai riuscito a fare sia con ‘Deal With The Devil’ o con l’ultimo, ancora una volta, deludente ‘Appointment With Death’. E’ inutile, i gruppi sfigati sono sempre i migliori. Vai Robertone Volpintesta, facce sognà. A me e a quegli altri venticinque che ti conoscono.

75/100

Myspace

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