Articoli marcati con tag ‘Mercyful Fate’

siamo di fronte alla miglior copia-carbone dei primi Mercyful Fate, quelli dell’uno-due storico ‘Melissa’ e ‘Don’t Break The Oath’.

In attesa di nuovi nomi da segnalarvi (uno su tutti, gli Helvetets Port semplicemente commoventi,  di cui abbiamo già anticipato qualcosa qui) portrait_largeconcludiamo per un po’ la nostra carrellata di questa nuova ondata di old-metal con gli svedesi Portrait, i più intrippati con il recupero dei Mercyful Fate. ‘Portrait’, il loro debutto auto intitolato, è sulla piccola Iron Kodex, etichetta di cui sentiremo sicuramente riparlare in fatto di retro-metal (un nome su tutti: Atlantean Codex, ma anche qui ne riparleremo). C’è poco da dire sul quintetto svedese, in fondo, se non che siamo di fronte alla miglior copia-carbone dei primi Mercyful Fate, quelli dell’uno-due storico ‘Melissa’ e ‘Don’t Break The Oath’. Atmosfere sulfuree, ripartenze improvvise, chitarre squillanti e serrate ma soprattutto la voce demoniaca spesso in falsetto di Philip Svennefelt, veramente vicino all’originale King danese. ‘Hell’, la tirata ‘A Thousand Nightmares’ e ‘Bow Unto The Devil’ sono solo tre dei momenti più riusciti di un platter altamente derivativo ma che possiede una sfrontatezza notevolissima e un candore che di questi tempi è ancora utile. Il risultato è buono, ma per onor di cronaca è giusto notare che il singer Philip ha già lasciato la baracca per raggiungere gli Helvetets Port e il suo sostituto Per Karlsson, già visto con i rientrati Overdrive, potrebbe non essere all’altezza. Vedremo. In caso di problemi, potremo sempre divertirci a riascoltare questo piccolo rigurgito infernale come non se ne sentono poi molti.

75/100

Portrait Myspace

Iron Kodex Myspace

Notevolissimo il rifferama di base, variegato ma ma complicato, con una grande attenzione anche per i solos e gli arrangiamenti.

A seguito del singolo di fine 2008, gli svedesi In Solitude arrivano al debutto con questo platter auto intitolato di otto 220340pezzi. Uscito prima in vinile per la High Roller, è stato diffuso subito dalla tedesca Pure Steel in versione cd. I nostri sono una delle bellissime sorprese del retro-metal che la penisola scandinava ci ha riservato e ci vuole molto poco per comprendere i padri putativi dei nostri: Mercyful Fate, Iron Maiden, ma anche Witchfynde e Angel Witch. I primi sono i più evidenti forse, ma ad ascoltare e riascoltare le otto tracce di ‘In Solitude’ emerge prepotentemente anche il modus-operandi dei citati NWOBHM-acts. Il singer Pelle Ahman infatti non si sforza di correre dietro a tutti i costi a chissà quale tonalità alla King Diamond e tutto il resto della band, allo stesso modo, si concede un minimo di spazio strutturale, inventando qualche soluzione veramente piacevole. Siamo sempre nel territorio dell’ old-metal, ma i nostri hanno sufficiente mano per divincolarsi con eleganza dagli illustri predecessori. Notevolissimo il rifferama di base (’Kathedral’ è proprio una bomba), variegato ma ma complicato, con una grande attenzione anche per i solos e gli arrangiamenti. Promossi a pieni voti perciò gli In Solitude e il loro metallo ossianico. A risentirci per un follow-up, visto che secondo me c’è ancora margine di crescita.

80/100

Myspace

High Roller Records

Pure Steel

E’ un bel melting pot, quello dei RAM, che non raggiunge mai vette, ma che non delude nemmeno mai completamente.

Secondo disco per gli svedesi RAM in una decade di attività, dopo ben quattro anni dal debutto. In questo revival di RAM-Lightbringersonorità old-school, i RAM sembrano essere la band più “ragionata” del branco di nuove leve sguinzagliato di recente nel mondo del metal (anche se ripeto, dopo dieci anni di attività, seppur minima, i nostri non sono proprio dei giovincelli come possono essere altre bands in voga di recente). ‘Lightbringer’ oltretutto si distanzia abbastanza da tutte le release di old-metal recenti (Wolf, Enforcer, Armour, In Solitude) per la sua stessa struttura. I RAM infatti pescano a piene mani dal metal americano della seconda metà degli Ottanta, oltre che dagli ovvi classici europei (Judas Priest, Iron Maiden, Mercyful Fate): è tangibile l’apporto di gruppi come Crimson Glory, Jag Panzer medio periodo, Cage e gli Iced Earth dei primi dischi. Il suono di ‘Lightbringer’ è piuttosto freddo, metallico, guidato dall’ugola del singer Oscar Carlquist che si esprime veramente al meglio (anche se con qualche riverbero tipicamente Midnight) e gigioneggia pure verso un registro Mercyful Fate, ogni tanto. Altro elemento distintivo dei RAM sono le strutture dei brani, sempre piuttosto complesse e di derivazione Shermann/Denner, che raggiungono i nove minuti di ‘Suomussalmi’ e si esprimono in maniera decisamente epica in ‘Ghost Pilot II’ e ‘Awakening The Chimaera’. E’ un bel melting pot, quello dei RAM, che non raggiunge mai vette, ma che non delude nemmeno mai completamente. Alla fine di ripetuti ascolti a ‘Lightbringer’ manca sempre qualcosa per essere definito un dico completamente riuscito, ma ci sono dei discreti margini in ogni settore, a partire da quello della fluidità, che riesce a miscelare per bene tante influenze diverse, senza far mai apparire i RAM come cloni di qualche grande nome in particolare. Da risentire, magari non fra altri quattro o cinque anni.

70/100

Myspace

AFM Records

la loro versione del metal anni 80 è piuttosto liscia, scevra da qualsiasi contaminazione epic o speed e tendente all’oscurità di alcuni passaggi

Emersi dalle ceneri di una doom band rimasta sempre molto undeground, i Goat Horn, i Cauldron sono una formazione albumcauldron300che debutta in grandissimo stile su Earache, ormai sempre più lanciata verso un recupero indiscriminato del passato metallico (e ne avremmo da discutere, sulle scelte della label inglese…). I tre personaggi, canadesi, si esibiscono in un heavy metal in pieno stile anni 80, abbastanza particolare per quanto riguarda le influenze. E’ molto comune infatti, in questo revival di metallone classico, imbattersi in gruppi che prendono sfacciatamente da questo o quel mentore. I Cauldron invece aggirano l’ostacolo e si creano uno stile piuttosto personale. Per inquadrarli meglio potremmo dire che la loro versione è piuttosto liscia, scevra da qualsiasi contaminazione epic o speed (se escludiamo la comunque riuscita ‘Dreams Die Young’), tendente all’oscurità di alcuni passaggi (‘’The Leaven/Fermenting Enchantress’ è proprio heavy/doom), mentre in altri come strutture sembra di risentire i Dokken o gli Stryper degli esordi. Il resto sono ovviamente suggestioni, tocchi qua e là di Mercyful Fate, i Judas Priest primo periodo e altro ancora, ma come detto non si ricalcano mai pedissequamente i grandi nomi. Buone le melodie nonostante gli evidenti limiti vocali del leader Jason Decay (‘Chained Up In Chains’ è proprio un bel singolo) e buono anche il suono, non troppo aggressivo all’inizio e per questo piacevole con il proseguire degli ascolti. Insomma ‘Chained To The Night’ si presenta fin da subito come autore di una strada propria. Vedremo dove ci condurranno i Cauldron. Dal parrucchiere spero di no, perché non mi sento ancora pronto per un taglio anni 80.

75/100

Myspace

le capacità dei nostri includono rimandi anche ad Exciter, Mercyful Fate, Judas Priest, Savage Grace o Angel witch.

Ma pensa. A vederla dalla copertina e dal logo, ho davvero pensato che questa fosse una ristampa di qualche HA55007_coversconosciuta band anni 80. L’unica cosa che tradisce gli Enforcer è una registrazione troppo pulita, anche se non è il caso di aspettarsi nulla di eccezionalmente moderno. Ma andiamo per ordine: gli Enforcer sono una (molto) giovane band svedese che ci offre un heavy/speed come funzionava giusto venti, venticinque anni fa. Puliti, piuttosto melodici, gli Enforcer  sembrano conoscere molto bene questo stile musicale, al punto che l’omaggio molto spesso diventa così sentito da non poter non entusiasmare. Altra caratteristica notevole di ‘Into The Night’ è l’importanza data al basso che richiama più e più volte gli Iron Maiden dei bei tempi andati, modello primi due/tre dischi: tanto per dire, ‘City Lights’ entusiasma tanto quanto ‘Transylvania’, l’opener ‘Black Angel’ sembra uscita da ‘Killers’. Ma non è finita qui, perché le capacità dei nostri includono rimandi anche ad Exciter, Mercyful Fate, Judas Priest, Savage Grace o Angel witch. In definitiva ‘Into The Night’ scorre piacevolissimamente, aiutato da dei suoni veramente squillanti e da una sfrontatezza sufficiente a rendere l’omaggio degli Enforcer credibile. ‘Into The night’ è un debutto sorprendente, che lascia spazio a delle aspettative rosee per il futuro. Spero solo che all’Upim non si rimettano a vendere i pantaloni a righe bianche e nere. Altrimenti siamo tutti fottuti.

80/100

Myspace

Heavy Artillery

emerge prepotente lo stile us-power metal e non si riesce a far a meno di paragonare il singolo ‘Counting Zeros’ con i vecchi Queensryche

Ormai facciamo prima a recensire i gruppi che non si sono riuniti. Vabbè. I Sacred Oath sono dei minor-heroes 225004del metallo ammeregano degli anni che conta(va)no e ‘A Crystal Vision’ del 1987 è considerato una sorta di disco-culto. Nella bio, si auto-definiscono grosso modo così: ‘Sacred Oath has long been recognized in the heavy metal underground as one of the pioneers of the American power metal movement that began back in 1985’ che, per quelli di voi che durante l’ora di inglese si leggevano la Gazzetta vuol dire grosso modo che nel 1985 i Sacred Oath per strada li salutavano tutti, le tope gli lanciavano i bigliettini coi numeri di telefono e se c’avevano bisogno di duecento dollari era pieno di musicisti della scena power metal ammeregana che glieli allungavano così, senza nemmeno insistere troppo. Il problema è che di solito, dopo queste cose, ci si sveglia nel letto in un bagno di sudore e un po’ delusi. E infatti dopo ‘A Crystal Vision’, del 1987, edito dalla, aspetta, Mercenary Records (ah già! Come non ricordarsela!) i nostri dovettero trovarsi un lavoro al più presto. Peccato, c’erano quasi. Sia come sia, qualche anno fa la clamorosa reunion, un disco su Sentinel Steel (che qualche anno prima si era curata di ristampare, in una bellissima versione, l’introvabile debutto), una manciata di date nel vecchio continente (chi ha detto Keep It True? E dove sennò?)  ed ora questo nuovo, auto intitolato terzo full-lenght. Ma, in definitiva, che ci raccontano i Sacred Oath? Ci raccontano che, anche se non sono mai stati nessuno, a suonare ce la sanno. ‘A Crystal Vision’ era davvero un bel disco di us-power metal, scuro e progressivo quanto basta, ma altrettanto violento e ficcante. I paragoni sono grosso modo sempre quelli, ovvero primi Queensryche, Metal Church, Mercyful Fate e tante tentazioni thrash, senza mai però premere davvero il piede sull’acceleratore. Il mainman di sempre dei Sacred Oath, Rob Thorne (al secolo Rob Volpintesta, con qualche parente dalle parti di Cerignola ad occhio e croce) un po’ di mano ce l’aveva davvero nella stesura di pezzi che funzionano ancora oggi, dopo tanti anni. E badate bene, se mi conoscete, sapete che sono amante di un certo metallone impolverato, ma non le ho mai risparmiate a nessuno. Il loro rientro del 2007 è stato da sorriso compiaciuto ma altrettanto dimenticabile dopo qualche ascolto, in un mercato come quello odierno infestato da uscite a ritmi ormai orari. ‘Sacred Oath’ invece è una bella sorpresa per gli amanti del metal tradizionale, al di là di qualsiasi ironia. Lo stile è grosso modo rimasto immutato, anche se rispetto al passato ci sono notevoli sprazzi di modernità nel songwriting. In qualche momento, per il piglio, mi ha ricordato il King Diamond degli album più atipici o una versione altamente hard del classic metal americano standard. Per il resto, emerge prepotente lo stile us-power metal e non si riesce a far a meno di paragonare il singolo ‘Counting Zeros’ con i vecchi Queensryche. Esaltante è l’opener aggressiva e maideniana  ‘Paradise Lost’, buona è anche la rockeggiante ‘High And Mighty’ al fianco della aggressiva ‘Caught In The Arc’ (echi di Metal Church qui) e da citare è anche la più tradizionalista auto intitolata ‘Sacred Oath’. Nel complesso comunque tutto il platter si lascia ascoltare, classico ma non troppo, sorretto da una produzione azzeccatissima e da arrangiamenti precisi e puntuali. Così, pour parler, ‘Sacred Oath’ potrebbe essere quel disco “classicamente moderno” che Lizzy Borden non è mai riuscito a fare sia con ‘Deal With The Devil’ o con l’ultimo, ancora una volta, deludente ‘Appointment With Death’. E’ inutile, i gruppi sfigati sono sempre i migliori. Vai Robertone Volpintesta, facce sognà. A me e a quegli altri venticinque che ti conoscono.

75/100

Myspace

GZ Calendar Date Style by GialloZafferano.it